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La nevrosi continua per la Grande Riforma

Se il centrosinistra, in seguito alla riduzione dei seggi parlamentari, è alle prese con l’ennesima riforma elettorale, la destra vede nel presidenzialismo l’unica strada per raggiungere il traguardo della stabilità e governabilità

De Tomaso da oggi in Rai  ricorda i giorni della Storia

Lo stress da Grande Riforma dura da quasi mezzo secolo nel Belpaese. E non accenna a diminuire. Eppure la Costituzione è stata ritoccata una quindicina di volte, e quanto alle nuove leggi elettorali se n’è perso da tempo il conto. Due sono gli obiettivi primordiali di chi vince le consultazioni politiche o viene dato favorito per la massima contesa nazionale: scegliere la linea di comando alla Rai e riformare le regole del gioco costituzionali (ed elettorali). Il resto viene dopo.

La caratteristica primaria delle regole del gioco è facilmente percepibile: stanno a cuore soprattutto agli eletti. Gli elettori, invece, da lunga pezza non sono più appassionati alla materia, ritenuta uno specchietto per le allodole o una manovra per gettare il pallone in calcio d’angolo.

Se il centrosinistra, in seguito alla riduzione dei seggi parlamentari voluta da Luigi Di Maio, è alle prese con l’ennesima riforma elettorale, la destra di Matteo Salvini e Giorgia Meloni vede nel presidenzialismo l’unica strada per raggiungere il traguardo della stabilità e governabilità.

Intendiamoci. Il presidenzialismo non è sinonimo di fascismo o di autoritarismo. Nazioni di collaudata tradizione democratica hanno preferito il modello di Repubblica presidenziale a quello di Repubblica parlamentare. Gli Usa e la Francia, per citare gli esempi topici, hanno un ordinamento basato sull’elezione popolare del Capo dello Stato. E nessuno, colà, mette in dubbio la democraticità dei loro sistemi (presidenziali). Anche durante i lavori dell’Assemblea Costituente, in Italia, alcune figure di spicco dell’antifascismo, da Piero Calamandrei (1889-1956) a Leo Valiani (1909-1999), da Riccardo Lombardi (1901-1984) a Vittorio Foa (1910-2008) si schierarono per l’investitura diretta del presidente della Repubblica.

Prevalsero i fautori del sistema parlamentare, anche perché, tra i Costituenti era assai diffuso, come disse il liberale Aldo Bozzi (1909-1987), il cosiddetto complesso del tiranno. Venti anni di dittatura mussoliniana consigliavano di non dotare il Capo dello Stato o il Capo del Governo di poteri particolarmente incisivi.

Con il passare degli anni, però, la reputazione del presidenzialismo declinò, e non già per le notizie in arrivo da Stati Uniti e Francia, paesi mai segnati da conati autoritari. Il rating del presidenzialismo arretrò per le notizie in arrivo dall’America Latina, dove il direttismo elettorale spesso aprì le porte a una pattuglia di dittatori più sanguinari e spregiudicati di Totò Riina (1930-2017).

Ecco il punto. Per viaggiare bene, senza deragliamenti autocratici, il sistema presidenziale ha bisogno come l’aria di una serie di pesi e contrappesi, il cui equilibrio non è di facile attuazione. Di qui, in Sudamerica, una sequela di golpe più o meno «istituzionali» o «eversivi».

Sulla carta, il presidenzialismo non è un male. Anzi. Il presidenzialismo vanta il pregio di considerare la decisione politica una necessità, non una minaccia o una lesione al vivere civile. Ma chi può garantire che un’eventuale riforma in senso presidenziale ci porti verso l’America del Nord anziché verso l’America del Sud? Non sarebbe la prima volta, che riforme ispirate alle esperienze di nazioni più evolute della nostra sfocino da noi nel suo esatto contrario e, quindi, nel peggioramento dell’ordine esistente. Di conseguenza, meglio cercare di tenere a bada la nevrosi riformista che dilaga ciclicamente nei Palazzi non risparmiando nessun gruppo politico.

E poi, siamo sicuri che il male oscuro che frena la crescita del Paese dipenda solo dall’assetto di governo o dalle regole del voto? E il sistema giuridico non ha nulla di che discolparsi?

Il sistema giuridico italiano, che a tratti sembra la riedizione riveduta e aggiornata del leggificio bizantino, è fondato sulla prevalenza del diritto pubblico rispetto al diritto privato. E quando il diritto pubblico prende il sopravvento, gli equilibri possono saltare. Avanza l’economia amministrata, si radica l’idea che l’imprenditore debba agire da pubblico ufficiale, anziché da propulsore fantasioso dell’attività economica. Il che induce anche i più ardimentosi a lesinare sugli investimenti in prima persona e a cercare protezione sotto il mantello della politica.

Di conseguenza, se Grande Riforma ha da essere, meglio dare la precedenza alla revisione del sistema giuridico piuttosto che ai progetti di modifica del modello politico-istituzionale. Sì, si potrebbe pure iniziare dall’assetto politico, ma cosa cambierebbe per imprese e cittadini se la cornice giuridica dovesse rimanere inalterata?

L’Italia arranca nell’eurozona. Tutti i partner corrono più velocemente. Solo merito, altrove, di un meccanismo politico, legislativo e decisionale più dinamico? Bah. Forse è anche o soprattutto merito di un sistema giuridico concepito, all’estero, specie fra gli anglosassoni, per assecondare la cultura del risultato, anziché quella della procedura, o, peggio, di un proceduralismo astratto e ostativo.

Forse non sarebbe né opportuno né saggio caricare di attese messianiche ogni proposito di Grande Riforma. Ce lo ricorda la storia, ce lo suggerisce l’osservazione quotidiana di trame e giochi del Potere.

Non è il caso di illudersi e correre troppo con i cambi radicali. Primo perché le istituzioni rappresentative non vanno sottoposte a continue prove da sforzo, a test che potrebbero atterrare persino un toro. Secondo perché non è solo tra i labirinti politici che va cercato il filo d’Arianna. Il sistema giuridico dovrebbe essere il primo indiziato a subire uno stress test per misurarne la tenuta e, all’occorrenza, predisporsi a una bella rimessa a punto dei suoi criteri fondativi.

Se il diritto in Italia spesso si perde nel formalismo, deleterio soprattutto per la produzione; se i tempi della giustizia sono quelli che sono; e se, infine, nel sistema giuridico tutto dovesse restare così com’è, neppure una Repubblica presidenziale, con decisori del calibro di un Charles De Gaulle (1890-1970) o di un Alcide De Gasperi (1881-1954), riuscirebbe nell’impresa di ridare slancio a una nazione da anni ferma al semaforo.

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