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Non assegnare il Nobel a Greta: un aiuto all’ambiente

«In fin dei conti Greta non ha fatto nulla di concreto: ha solo creato un personaggio diventato il simbolo di una battaglia»

Greta Thunberg

Greta Thunberg

Il premio Nobel per la pace è stato giustamente assegnato al premier etiope Abiy Ahmed Ali che, dopo un conflitto trentennale, ha firmato un accordo di pace con l’Etiopia e ha avviato una campagna di riforme per modernizzare il suo paese e dare stabilità a tutta l’area. È stato un bene che il Nobel - premio ancora prestigioso, ancorché offuscato da scandali e polemiche - non sia andato a Greta Thunberg, la «guerrigliera» del clima. Alla vigilia dell’assegnazione erano in molti a darla per favorita se non per sicura vincitrice.
È un bene perché sarebbe stato un premio assegnato sull’onda dell’entusiasmo, della popolarità mediatica. In fin dei conti Greta non ha fatto nulla di concreto: ha solo creato un personaggio diventato il simbolo di una battaglia.

Nel nostro tempo fragile, in cui scarseggiano i maestri e gli esempi da seguire, si va alla ricerca famelica di «icone» e si vanno a cercare lì dove oggi nasce tutto: nella comunicazione. Un Nobel a Greta avrebbe ulteriormente rafforzato la sua popolarità ma forse avrebbe danneggiato la causa che ha sposato: l’ambiente da salvare.
In questo momento portare a conoscenza delle masse un problema complesso e che tocca in profondità usi e costumi della nostra epoca è operazione difficile. Greta sta funzionando molto in questo. La sua risonanza mediatica sta portando - nel bene e nel male, con critiche e apprezzamenti - a far parlare in tutti i settori della società di ambiente e della necessità di rapidi e radicali interventi, pena un repentino peggioramento della vivibilità terrestre. I più sensibili sono stati gli studenti, molti coetanei di Greta, che sono scesi in piazza, che ne discutono nelle classi e cercano di portare teorie e previsioni fuori dalla ristretta cerchia degli scienziati. Bene, è quanto va fatto in questa fase in cui bisogna creare sensibilità verso un necessario cambiamento che comporterà più di una rinuncia.

Però, adesso che questo percorso è ben avviato, occorre passare a un altro livello. Quello in cui dalle manifestazioni di piazza si passa alla concretezza delle scelte economiche e politiche, delle leggi da scrivere e approvare. Un Nobel a Greta avrebbe con ogni probabilità ostacolato questo passaggio dando l’illusione che con quel premio il problema sarebbe stato risolto. Invece solo ora e in maniera assai claudicante si comincia ad affrontarlo, tentennando fra le tesi dei catastrofisti o quelle dei negazionisti. Dietro la questione ambiente si nascondono interessi enormi: basterebbe citare la lobby del petrolio verso la lobby delle energie rinnovabili o dell’elettrico. Scontri titanici che richiedono innanzitutto scelte politiche ponderate, coraggiose e lungimiranti. Soprattutto nel nostro Paese. Quando ancora in Italia si devono decidere incentivi per le auto elettriche, in Germania si stanziano cento miliardi per far fronte alla svolta green. Mentre l’Italia si dibatte nell’irrisolta questione dei termovalorizzatori e Roma affonda sotto i rifiuti, a Copenaghen adulti e ragazzini vanno a divertirsi sull’inceneritore costruito al centro della città (da una ditta italiana) e che purifica l’aria e produce acqua potabile.

La questione ambientale prima di essere scientifica e tecnologica è politica. E richiede proprio che si esca dalla logica dell’attimo fuggente e si guardi al futuro, a quale mondo lasceremo ai nostri nipoti. È il concetto di futuro il punto debole della nostra politica. Da troppo tempo l’orizzonte è ristretto all’oggi, al piccolo privilegio quotidiano, alla magagna mattutina che mi fa guadagnare un voto. Un problema globale come la salvaguardia dell’ambiente ha bisogno di un’azione corale di tutti i governanti e di occhi che sappiano guardare lontano. Quando in un remotissimo passato i dinosauri si sono estinti in brevissimo tempo, si sono estinti ovunque si trovassero, mica a destra sì e a sinistra no. Il pianeta è sofferente da un Polo all’altro e in tutto quel che c’è di mezzo.

Domani a causa di un tifone rischia di saltare il Gran premio di Formula 1 nell’avanzatissimo e tecnologicissimo Giappone. Oltre che murare porte e finestre, evacuare le abitazioni più a rischio e rinforzare argini e ormeggi, il Giappone da solo non può far nulla. Così come da soli non possono far nulla gli altri. L’emergenza è globale e globalmente va affrontata. Certo non è semplice e chi, come il presidente americano Trump, continua a illudersi di poter ignorare il problema, non potrà andare avanti a lungo. Rischia di essere spazzato via, non da un tifone, ma dalla gente stanca di essere vittima dei tifoni.
Allora mettiamo da parte Greta e i Nobel, la Terra ha bisogno d’aiuto e noi abbiamo bisogno della Terra.

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