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Occasione Sud dopo il freno all’autonomia differenziata

Il governo Conte ha in animo un piano di interventi che non è la riedizione della storica Cassa, ma lascia intendere un forte ruolo, da protagonista, della mano pubblica

La nuova alleanza tra programma e nuove regole

Punto primo. Il sovranismo non è più al centro della scena. Ciò non significa che il sovranismo sia sparito del tutto o che non possa risollevarsi alla prima occasione (politica) utile. Ma la realtà è questa: in Italia, e non solo in Italia, oggi i sovranisti sono assai meno determinanti di ieri.

Punto secondo. Anche il federalismo spinto non se la passa molto bene. L’autonomia regionale differenziata pareva lo sbocco naturale del Belpaese dopo l’incredibile leggerezza, da parte del governo dell’epoca (2001), di riformare (male) il Titolo Quinto della Costituzione. Anche in questo caso, la partita non è chiusa. Il partito del Nord prima di tutto sfiderà persino Matteo Salvini pur di portare a casa il trofeo dei pieni poteri nel Lombardo-Veneto, ma di sicuro l’aria è cambiata, anche perché l’arbitro romano non parteggia più per chi fa i capricci in campo.

Punto terzo. L’Europa non è più il nemico da uccellare con una schioppettata alla schiena. Anzi, l’Unione può rappresentare il più prezioso alleato per il Sud nel tentativo di riprendere fiato e di mettersi, per la prima volta, a correre davvero.

Punto quarto. Anche la Bce di Francoforte non è più il diavolo (non lo è mai stata), visto che Mario Draghi si comporta come quel padre che strappa di nascosto, a un professore giusto, la promozione per il figlio che non ha mai fatto i compiti a casa. Il professore anche stavolta, forse, concederà il voto di sufficienza all’allievo (discolo), ma sarà davvero per l’ultima volta. Poi il giovanotto (cioè il nostro Paese) dovrà decidersi a farsi strada da solo, anche se il recupero del tempo perduto comporterà dolori lancinanti.

Finora, per essere più espliciti, il soccorso di Draghi, che ha tenuto aperti i rubinetti monetari al di là di ogni aspettativa, ha sortito un effetto narcotizzante, ma la «droga» di Francoforte non è destinata a essere una somministrazione infinita. Prima o poi il doping dovrà cessare. Il che porrà tutti i governi, a iniziare da quello italiano, di fronte alle responsabilità di sostenersi soltanto con le proprie forze.

Anche il Sud non dovrà farsi illusioni sugli aiuti dall’alto, sia perché finora non hanno prodotto effetti benefici, sia perché la cassa centrale è a corto di quattrini, sia perché è meglio, e giusto, fare da sé.

È già consolante, però, il fatto che l’autonomia differenziata pretesa da tre regioni del Nord si sia arenata nonostante le dichiarazioni di rito tese a non irritare gli ultrà della rivendicazione. Se il federalismo a due velocità fosse già partito, come da sollecitazioni venete, il Nord avrebbe scaricato sullo Stato l’incombenza di fissare altre tasse, riservando alle sue Regioni il piacere di spendere e di collezionare un’infinità di «mi piace».

Meno male che questa prospettiva, almeno per ora, appare tramontata, così come emerge, implicitamente, dall’intervista del presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, alla Gazzetta, e dal di lui successivo discorso di inaugurazione della Fiera del Levante.

Il Mezzogiorno non deve strillare a casaccio, né pretendere la luna. Deve solo insistere sulla perequazione infrastrutturale, che, in quasi tutti i settori, grida vendetta al cielo. Ecco perché abbiamo apprezzato l’impegno di Conte sull’ammodernamento del trasporto ferroviario al Sud, che, come i Lettori sanno, ha visto questo giornale promuovere, negli anni scorsi, svariate campagne di denuncia e sensibilizzazione.

Il divario infrastrutturale è così elevato che il Meridione farebbe bene a invocare un provvedimento compensativo di tipo fiscale: chi non può disporre di opere e servizi pubblici degni di un Paese civile non deve essere chiamato a sostenere una pressione fiscale di livello scandinavo, cioè di nazioni dove funziona tutto e dove, si sa, ogni persona viene assistita dalla culla fino alla bara.

Le infrastrutture non sono tutto, ma sono molto. In ogni caso la perequazione costituisce un obbligo costituzionale (articolo 119) che non può essere eluso, neppure con l’abituale nonchalance. Il Sud, però, ha il dovere di chiedere più libertà, non più protezione (che poi rischia di sfociare in una sottospecie di protezionismo domestico). Così come ha il dovere, sempre il Sud, di selezionare bene la propria classe dirigente, di investire con lungimiranza su un capitale umano davvero produttivo.

Donato Menichella (1896-1984) , originario di Biccari (Foggia), coinventore dell’Iri e Governatore della Banca d’Ialia, era un servitore dello Stato dalla competenza eccezionale e dall’onestà totale. Fu lui a scrivere, senza squilli di tromba, gran parte dell’impianto normativo che generò l’Intervento Straordinario. Al termine del suo lavoro di regolatore, Menichella si ritenne più che soddisfatto, salvo chiedersi, pochi attimi dopo, se cotanta applicazione nello studiare e nel varare una normativa moderna e trasparente, al di sopra di ogni sospetto, sarebbe stata premiata dall’avvento, negli incarichi della Cassa, di persone di riconosciuto spessore, morale e professionale. Sottinteso: anche la migliore legge è destinata a fallire miseramente se chi è chiamato ad applicarla brilla solo nelle pubbliche relazioni o negli intrighi di corridoio.

L’Intervento Straordinario, specie nei primi 10 anni, non deluse le aspettative di Menichella, ma, strada facendo, prevalse la degenerazione clientelare che tutti sanno. Il che non giovò né alla causa né alla reputazione del Sud, anche se l’Intervento rifocillò parecchi rapaci del Nord. In ogni caso, la seconda (negativa) fase dell’Intervento Straordinario provocò un aggravamento del divario tra le Due Italie, divario che, per diversi anni, si stava accorciando.

Il governo Conte ha in animo un piano di interventi che non è la riedizione della storica Cassa, ma lascia intendere un forte ruolo, da protagonista, della mano pubblica. Ottimo il proposito di ridurre il gap infrastrutturale. Attenzione, invece, a iniziative tipo il progetto della Banca per il Mezzogiorno. Sia perché le risorse, per definizione, sono sempre scarse, figuriamoci quelle che dovrebbero dar vita a una banca pubblica. Sia perché è sempre in agguato il pericolo paventato dalla buonanima di Menichella: quali saranno, e che garanzie daranno, i nomi che dovranno gestire il nuovo Intervento?

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