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Solo un indovino potrebbe sbilanciarsi sulla durata del Conte-due, visto che, in Italia, il tiro al bersaglio sui governi inizia già all’indomani del loro giuramento al Quirinale. Gli avversari si scatenano. Gli esclusi dalla compagine ministeriale non vedono l’ora di rifarsi e agiscono di conseguenza. Prima una dichiarazione tiepida. Poi una dichiarazione ambigua. Infine una dichiarazione malandrina. A volte il malessere degli esclusi viene attutito con un rimpasto, a volte con un rimpastone, a volte con un nuovo esecutivo, dopo l’apertura ufficiale della crisi.

Sarà così anche stavolta, sull’onda del richiamo, della nostalgia della Prima Repubblica, cioè della stagione che ha generato una serie di combinazioni politiche degne del miglior Fregoli? Staremo a vedere.
L’impressione è che l’alleanza M5S-PD sia destinata a durare, forse anche fino al 2023, data di scadenza della legislatura. Intendiamoci, nei prossimi quattro anni potrà pure verificarsi qualche incidente di percorso, potrà pure essere sollecitata una verifica di maggioranza come preludio di crisi, potrà pure essere ratificata una rottura su un tema dirimente, ma così come accadeva in passato, è assai improbabile che il tandem M5S-PD possa spezzarsi in due, con i pentastellati di nuovo in viaggio con la Lega o, più verosimilmente, con una ravvicinata resa dei conti in cabina elettorale.

L’errore di Matteo Salvini, che ha chiesto e ottenuto il divorzio da Luigi Di Maio senza aver predisposto un piano B in caso di mancato approdo alle elezioni anticipate, farà sicuramente da lezione al partito trasversale degli impazienti e degli istintivi. Eppoi, il fatto di aver sottoscritto un accordo di governo non più sotto forma di contratto, ma sotto forma di visione condivisa, rappresenta un elemento di aggregazione, non più di distinzione.
Paradossalmente, i grattacapi più inattesi, per il presidente del Consiglio, potrebbero arrivare proprio dal programma, una componente che, nei giorni di gestazione di un governo, abitualmente cede il passo alla battaglia per i ministeri e per i posti di sottogoverno. Ne sa qualcosa il professor Romano Prodi che, specie, nel suo secondo tempo a Palazzo Chigi (2006-2008) dovette fare più acrobazie di James Bond per conciliare le posizioni dei riformisti con i propositi della sinistra-sinistra, che spesso, con i suoi ministri, non rinunciava a contestare il governo sfilando anch’essa in piazza.

I programmi di M5S e PD non sono programmi fotocopia, anche se, specie in materia economica, i punti di contatto tra grillini e dem sono assai più numerosi rispetto a quelli tra pentastellati e salviniani.
Forse anche per consentire che l’alleanza testé venuta alla luce non debba esaurirsi nel giro di pochi anni, è assai radicata la sensazione che M5S e PD si affretteranno a varare una riforma elettorale improntata sulla proporzionale pura. Il che consentirebbe loro di continuare a collaborare senza una fastidiosa camicia di forza; e di mettere fuori gioco Salvini che, anche in caso di successo elettorale, difficilmente potrebbe ambire alla maggioranza assoluta.

Oddio, la proporzionale non è certo il demonio, anche se, come ha ricordato ieri Romano Prodi, un maggioritarista non pentito, se l’Italia avesse sposato il modello elettorale francese il suo sistema economico se ne sarebbe giovato assai. La Germania è retta da un modello proporzionale e non ha mai dato l’impressione di avere sbagliato.
Ma c’è un ma. Le regole proporzionali tedesche sono accompagnate da correttivi di natura costituzionale che hanno reso il modello politico teutonico assai più stabile di sistemi elettorali esplicitamente maggioritari.

In Germania esiste l’istituto della sfiducia costruttiva. Cioè: un governo cade solo se un altro è pronto a subentrargli. È un paletto pressoché insormontabile per tutti i crisaiòli in circolazione: non è facile allestire una maggioranza alternativa in grado di sloggiare la coalizione al potere. Se, ad esempio, in Italia fosse stata introdotta, dai Costituenti, la sfiducia costruttiva, la media di durata dei governi sarebbe salita di parecchio, altro che solo 10 mesi di vita.
Altro tassello disincentivante per gli aspiranti destabilizzatori: in Germania vige lo sbarramento del 5% per l’ingresso in Parlamento. Una misura anti-frammentazione che scoraggia sul nascere le tentazioni centrifughe di tutti i malpancisti. Un vincolo di tal fatta spegnerebbe tutti gli ardori scissionistici che albergano nelle camere della politica italiana.

L’altro pedale di freno ai fautori del deragliamento delle alleanze si chiama inemendabilità della legge di bilancio. Prendere o lasciare: in caso di bocciatura l’esecutivo di Berlino va a casa e si torna a votare. Sottinteso: anche in Germania tengono famiglia e riaprire le urne non mette di buon umore l’80% dei parlamentari in carica. Senza contare gli effetti benefici per i conti pubblici determinata dall’inemendabilità della legge finanziaria, a cominciare dallo stop al mercato dei favori e all’orgia dei ricatti.

Nulla di scandaloso se l’impegno di M5S e PD teso a ridurre il numero dei parlamentari fosse unito all’obiettivo di ripristinare la proporzionale pura. A condizione, però, di assorbire gli accorgimenti tedeschi contro l’ingovernabilità e l’instabilità. In caso contrario si rimetterebbe in moto la tradizionale giostra delle crisi continue, intervallate da pochi mesi di governo effettivo.
Ps. La storia dimostra che chi modifica la legge elettorale non viene quasi mai premiato nelle urne. Ergo. Meglio procedere con i piedi di piombo con le regole del voto.

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