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«Sticazzi» c’è scritto, anzi è inciso, su di un monile di metallo che, nella fotografia, sembra essere nobile, argento, forse. Un altro gioiello reca un’epigrafe più articolata e con evidente ascendenza vernacolare: «a’ rutt i pall». Chi sia il frangitore non è specificato, né chi, possessore delle palle, si lamenti nella constatazione perentoria e non rassegnata, devo presumere.
I monili sono stati fotografati in una vetrina di un negozio di una importante città della provincia di Bari.

Chi li ha fotografati è mia figlia Margherita che, di professione, fa, appunto, la fotoreporter e che, non credendo ai suoi occhi, ha pensato di affidarsi all’obiettivo della macchina fotografica per documentare il suo scalpore nella constatazione di un fatto sorprendente ai suoi occhi che, al di là del disgusto che ha provato, ha ritenuto di condividere con me, sapendomi curioso e, professionalmente, frequentatore dei fenomeni sociali e culturali.

Ho riflettuto e ho deciso di occuparmene come incentivo a una proposta di riflessione collettiva sul dilagare mostruoso della volgarità nella nostra società italiana. Italiana, sì, perché ho ragione di avvertire che in nessun paese, come l’Italia, il fenomeno della turpe distorsione della lingua e dei modi della comunicazione è mostruoso e si accompagna alle movenze articolate e complesse della comunicazione di massa, non restando residuale più solo nelle zone socialmente arginali e culturalmente depresse.

Dunque, avverto Margherita che ha ragione a sorprendersi della scoperta di un fatto che definirei utilmente scandaloso nel senso, proprio latino del termine: «oportet ut scandala eveniant», «è necessario che avvengano gli scandali». Perché? Perché si possa avviare una riflessione sulla misura stracolma che abbiamo raggiunto nel confezionare la più disgustosa cultura sociale che la storia ricordi.

In quella vetrina di negozio è esposto un reperto esemplare di oscenità verbale solo esemplificata e, ammettiamolo, del tutto diffusa nella colloquialità contemporanea. Il fatto che il reperto sia stato fatto oggetto di riproduzione iconografica è solo la diretta conseguenza di un’accettazione sociale condivisa dall’orafo e liberamente riprodotta nell’enfasi semiotica di un reperto simbolico evidentemente accettato dalla sensibilità collettiva e promosso al rango di momento di dialogo confidenziale. Che questa sia espressione di rara povertà morale, rientra in un altro discorso e l’artigiano incisore, il negoziante espositore, l’acquirente spudorato, vanno mandati assolti. E non «a fare in culo», come qualcuno, oggi non farebbe a meno di chiosare. Ho esitato prima di scrivere l’ultima parola, ma ho pensato che la comprensibile ritrosia sarebbe stata patetica, visto il taglio di denuncia che ho scelto per quanto sto annotando.

L’incisore, il mercante, l’acquirente e, perfino, la o il destinatario del monile sono compresi in una suburra che abitano con disincantata indifferenza, una suburra in cui nei mezzi di comunicazione, nei modi espressivi, nella colloquialità verbale, nell’universo linguistico domestico e globale, lingua e linguaggio son trascesi e continuano a trascendere verso la turpitudine oscena di un immane basso ventre. Una per tutte, a mo’ di esemplificazione: un ministro della Repubblica ha avvertito di «essersi rotto le palle» di non so più quale attivismo della parte politica a lui contrapposta. Non lo ha confidato a un suo portaborse, lo ha annunciato in televisione. E di quali palle rotte si trattasse a nessuno è risultato oscuro interrogativo.

A nessuno, ormai, in Italia, parlando di palle, viene in mente il biliardo e tanto meno il golf. Forse al singolare, palla, qualche volta, viene in mente il football. Ma se si sono rotte, al plurale, e se non si desidera che le rompano, si tratta di testicoli. Questi organi, così preziosi e sommessamente laboriosi, dislocati in umili parti nascoste del corpo, nella bassa lingua ormai dilagante si romperebbero quando il loro titolare raggiungesse inaccettabili livelli di sopportazione delle idee o dei comportamenti altrui. Il fatto che m’impensierisce è che anche le donne «si rompono le palle». Qual è l’opinione dell’Accademia della Crusca? Immagino che invochi la metafora assolutoria tipica della sua distratta indulgenza: «palle rotte» sta per limite della pazienza raggiunto. Ma, per dirla con Totò, «Ogni limite ha una pazienza!».

A proposito, che io sappia, e di Totò, ne so, il grande attore non ha mai detto una parola oscena, mai. E ha fatto ridere come nessuno nella storia del teatro moderno e del cinema. Oggi il turpiloquio sostituisce le idee mancanti, l’assenza di genio scenico, l’insignificante vuoto di progettualità. Si convocano madri e sorelle da insultare con delicatezze postribolari e, così, si cerca di avere ragione. E applausi.

La lingua ne patisce, si impoverisce per via del troppo facile ricorso alla volgarità, le metafore idiomatiche girellano nel basso ventre: e, come direbbe il comico di oggi, il repertorio sta nelle mutande. Ecco che emigra verso i monili e «Sticazzi» si legge nella spilla e «‘a rutt i pall» diventa constatazione minacciosa in argento. E Margherita si indigna. Conosco questo stupefatta indignazione: è la stessa che provo io quando ascolto i berci dei provocatori televisivi che, incuranti, allo stesso osceno modo, della grammatica, della sintassi, dell’indispensabile misura, si insultano sbraitando per asseverare il loro povero io «moscio», come direbbero loro, o solo per «fare ascolto». Sempre come si scuserebbero loro.
Buona domenica, cari lettori. Buona domenica Margherita.
Michele Mirabella

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