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La tragedia

Si schianta con l’auto pur di «apparire» su Facebook

Un tredicenne, figlio dello sconsiderato guidatore, è morto, il fratellino di 9 anni è in condizioni gravissime, come pure il responsabile della tragedia, il genitore 34enne che si stava pavoneggiando sui social

Si schianta con l’auto pur di «apparire» su Facebook

Non è la prima volta che accade e, purtroppo, non sarà l’ultima. Qualcuno alla guida si riprende con lo smartphone, magari mentre l’auto è lanciata ad alta velocità, per vantarsi con gli amici o, più semplicemente, far vedere quello che sta facendo.

Poi, il buio improvviso sul video: l’auto si è schiantata. Questa volta è accaduto nel Trapanese. Un tredicenne, figlio dello sconsiderato guidatore, è morto, il fratellino di 9 anni è in condizioni gravissime, come pure il responsabile della tragedia, il genitore 34enne che si stava pavoneggiando su Facebook.

È sempre difficile commentare le sciagure alla base delle quali c’è la sventatezza di chi le provoca. E certo non sono auspicabili le violente condanne degli «haters», gli odiatori seriali da tastiera che, proprio su Facebook, stanno bombardando di commenti feroci e inumani il video dello schianto. Il meccanismo che muove gli haters è infatti lo stesso che ha provocato la tragedia: l’insana voglia di essere protagonisti a tutti i costi, una voglia che l’uso indiscriminato dei social ha consentito a tutti di soddisfare. Con molti esiti negativi, terribilmente negativi. E che non si esauriscono nelle tragedie come quella nel Trapanese, ma invadono ogni campo dell’interazione umana. Dal «quarto d’ora di celebrità» di cui parlò Andy Warhol negli anni Sessanta, e dal «villaggio globale» profetizzato da Marshall Mcluhan negli stessi anni, molto acqua è passata sotto i ponti. Solo che quel quarto d’ora, non di celebrità, ma di protagonismo, ora è concesso a tutti attraverso i «Mostri sociali» che la tecnologia ci ha regalato dando a ciascuno l’illusione di essere primo attore e non comparsa della scena globale. Naturalmente, ogni cosa, quando nasce ha un valore neutro, è l’uso che se ne fa a renderla positiva o negativa. Purtroppo, in tanti usano i social in modo sventato sminuendo quelli che sono gli aspetti positivi come, per esempio, la facilità di comunicare con chi è lontano.

Orde di persone li utilizzano credendo di rendere «glamour» ogni banale aspetto della quotidianità che non avrebbe certo necessità d’essere diffuso al mondo intero. Sono le cosiddette «storie» che ciascuno di noi può lanciare sugli attuali sistemi di comunicazione. E così anche lo stare nella toilette, per alcuni, si è trasformato in spettacolo. È proprio vero, al peggio non c’è mai fine. Ogni momento dell’intimità non ha più privacy. Come le esibizioni di rapporti sessuali che spesso non sono rubati affatto e che, passaggio dopo passaggio, da uno smartphone a un altro, finiscono per diventare un proiettile sparato nel buio e possono rimbalzare sugli stessi protagonisti. E anche qui le tragedie non sono mancate.

Lasciamo a psicologi e sociologi le indagini sui meccanismi comportamentali e aggregativi che muovono i tanti attori di se stesso nel rappresentarsi. Le persone che si comportano così, e sono tante, sembrano ritenere inesistente ogni momento della vita che non passi attraverso la testimonianza dello smartphone e si riverberi altrove e su qualcuno. Esibire è tutto.
Lo sciocchezzaio sociale che ci siamo costruiti emulando i reality non ci rende però protagonisti, ma solo ebeti replicanti. Basterebbe tornare a vivere piuttosto che sforzarsi di rappresentarsi. Essere piuttosto che sembrare. Ma la battaglia sembra irrimediabilmente persa.

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