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Nomine, le conseguenze dei fulmini su Bruxelles

Matteo Renzi

L’errore più clamoroso lo commise Matteo Renzi negando a Massimo D’Alema un ruolo importante in Europa, ruolo poi assegnato a Federica Mogherini

04 Luglio 2019

Giuseppe De Tomaso

Una volta l’Italia dava ragione all’Europa anche quando quest’ultima aveva torto. Oggi l’Italia dà torto all’Europa anche quando a Bruxelles hanno ragione. Nel giro di pochi lustri, il Belpaese è passato dalla condizione di nazione più europeista del Vecchio Continente allo status di comunità più euroscettica di Occidente.
Le conseguenze di questo cambio di passo non hanno bisogno di particolari esegesi. L’Italia appare isolata ed emarginata ai summit dell’Unione, pur potendo esibire e vantare la tessera di socio fondatore del Mercato Comune Europeo (Mec), che, è noto, fu il primo passo del cammino verso l’integrazione monetaria.

La conferma della minore rilevanza italica attorno ai tavoli che contano in Europa è arrivata dal pacchetto delle nomine di grido tra Bruxelles e Francoforte. L’asse franco-tedesco continua a dominare la scena arrivando a occupare i due tasselli principali del mosaico europeo: la presidenza della commissione e la presidenza della Bce di Francoforte. Per fortuna, ieri, l’italiano David Sassoli (Pd) è approdato al timone dell’euroassemblea, altrimenti il peso dello Stivale nelle istituzioni sarebbe calato uteriormente. E quanto sia importante ricoprire cariche di rilievo, emerge dalle prime dichiarazioni di Sassoli neoeletto: «Bisogna rivedere il trattato di Dublino sull’immigrazione».

Purtroppo l’Italia paga per il suo atteggiamento di rottura nei confronti dell’Europa dei Trattati e dai prossimi mesi dovrà fare a meno di una figura di garanzia come Mario Draghi che, pur non essendosi mai prestato a operazioni di corrività con i governi di Roma, ha, con le sue decisioni, salvato l’euro e salvaguardato Paesi discoli come la Grecia e l’Italia.
In verità, anche quando l’Italia non rischiava procedure di infrazione per i conti fuori controllo, i governanti romani tendevano a schivare gli organismi europei, utilizzati quasi sempre alla stregua di premi di consolazione per politici trombati o di aree di parcheggio per pezzi da novanta momentaneamente appiedati nella grande arena romana.

La selezione dei prescelti per le cariche comunitarie, il più delle volte, gridava vendetta al cielo, basti ricordare gli imbarazzanti ritorni in patria, alla prima occasione propizia, da parte dei rappresentanti nostrani che, evidentemente, in Europa si consideravano più esuli che cittadini euro-italiani in piena regola.
Si diceva, a ragione: se l’Italia non invia il meglio, il suo personale più autorevole in Europa, non ha motivo poi di lamentarsi se i grossi calibri dell’Unione la ignorano come si fa con i vicini di casa che stanno spesso a dormire. Non a caso, le poche volte in cui Roma ha inviato a Bruxelles cervelli pensanti e autorevoli, la musica è cambiata. E da essere snobbati senza pietà, gli italiani si sono presi qualche bella soddisfazione.

L’errore più clamoroso, un errore causato da calcoli di politica interna e segnato da conseguenze altrettanto autolesionistiche tra le pareti domestiche, lo commise Matteo Renzi negando a Massimo D’Alema un ruolo importante in Europa, ruolo poi assegnato a Federica Mogherini. Probabilmente Renzi avrà riflettuto più volte, in seguito, sulla miopia di quella decisione, che segnò un punto di non ritorno tra lui e la dissidenza piddina. Sta di fatto che quella scelta (Mogherini al posto di D’Alema) non giovò all’Italia, oltre che al suo giovane e ambizioso presidente del Consiglio. A dimostrazione che quando un interesse generale viene sacrificato sull’altare di un interesse particolare, a rimetterci spesso è proprio il beneficiario (auto)designato.
Per contare in Europa, che in concreto significa poter incidere sulle politiche economiche, bisogna innanzitutto crederci, nell’Europa. Se si demolisce ogni cosa, se si va all’attacco ogni giorno, se si mettono in discussione gli accordi, se si ha nostalgia della monetizzazione del debito e della vecchia moneta nazionale, se si manifesta la voglia di uscire dal club dell’euro, se si mortificano gli investitori internazionali, ecco se si fa l’opposto di quanto auspicavano i padri dell’unità europea, non ci si può poi sorprendere se gli «altri» ci escludono dai circoli più esclusivi, pur potendo rivendicare, noi, un pedigree comunitario sconosciuto a quasi tutti.

Né è saggio, come viene testimoniato quotidianamente, affidarsi ad altre, nuove, alleanze continentali, con i tipi più arcigni nei confronti dell’Unione. Né conviene esasperare gli scontri, evitando all’ultimo minuto il cartellino giallo (leggi procedura di infrazione). Lo dice la parola stessa: i sovranisti si chiamano così proprio perché non vogliono fare squadra con nessuno, perché fare squadra significherebbe, per loro, rinunciare a pretese e capricci vari.

Di conseguenza, all’Italia non rimane che rileggere la storia del recente passato per correggere la linea. L’Europa non è il paradiso terrestre, specie quando le sue burocrazie prendono il sopravvento. Ma alternative migliori e più ragionevoli (all’Unione) in giro non se ne vedono. Anche perché, prima di essere un concentrato di economie più o meno aperte, l’Europa è soprattutto un consesso di democrazie. Che vogliamo fare: sperimentare le democrature?

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