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Euro-trattativa e urgenza di ridurre le tasse

Il prossimo 9 luglio l’Eurogruppo si pronuncerà sulla procedura d’infrazione nei confronti dell’Italia per eccesso di debito.

Tre proposte gelide verso l'Europa

Come è noto, il prossimo 9 luglio l’Eurogruppo si pronuncerà sulla procedura d’infrazione nei confronti dell’Italia per eccesso di debito. Prospettiva valutata come probabile da molti analisti, a meno che il nostro governo non proceda a quelle correzioni dei conti pubblici sollecitate dai partner europei. Va chiarito che non è la prima volta che l’Italia si ritrova sub iudice dell’Unione Europea. È accaduto anche in passato. Dopo alcune mediazioni si è andati avanti, senza tuttavia che la situazione del debito pubblico migliorasse più di tanto. Nei partiti dell’attuale maggioranza (a partire dalla Lega) si è coltivato il convincimento che la medicina proposta da Bruxelles aggravi e non migliori le condizioni del paziente Italia.

Da qui la volontà di puntare, unitamente alle misure varate per ridurre le disuguaglianze sociali e contrastare la povertà, su meccanismi in grado di dare, a partire dalla riduzione delle tasse, nuovo impulso ai consumi. Impostazione che l’esecutivo Conte ha voluto associare ai provvedimenti caratterizzanti la cosiddetta fase due, ovvero il decreto sblocca cantieri ed il decreto crescita. Una vera e propria urgenza quest’ultima, considerando che da un lato la spirale recessiva ha colpito anche economie solide come quella tedesca e che dall’altro l’Italia, in quanto a crescita, è ancora indietro rispetto ad altri Paesi europei. Volendo comparare il “braccio di ferro” con l’Europa di questi giorni con quelli avvenuti nel recente passato una differenza, tuttavia, emerge con evidenza. Il governo gialloverde ha nel suo Dna non tanto un’identità anti-europeista, quanto una “diversamente europeista”. Condizione questa che induce Salvini e Di Maio ad effettuare rivendicazione d’autonomia nelle scelte operate o da operare in politica economica. E ciò, pur senza rinunciare aprioristicamente al dialogo con l’Europa. Il che è come dire: si tratta con Bruxelles, ma fino ad un certo punto e sapendo che le priorità di Lega e Cinque Stelle sono, nella gerarchia dei valori e delle decisioni, superiori a quelle espresse dalla Commissione europea.

Conte media tra Salvini e Di Maio, tra i due vice premier e Tria, tra tutti e tre e il Quirinale. Media tra l’Italia e l’Europa. Media di continuo ed intanto lima, con puntiglio da giurista, il testo della lettera che invierà nelle prossime ore a Bruxelles. La leva che il governo sta usando, al netto delle scelte semantiche effettuate nella elaborazione della missiva, è quella della rassicurazione. Rassicurazione sulla capacità di poter fare affidamento su maggiori entrate e minore spese, senza mettere in discussione le misure di welfare. Risparmi, insomma, ma non tagli. Il governo gioca, infatti, la carta dei risparmi derivanti dal reddito di cittadinanza e quota cento. Anche per i prossimi anni. I soldi per risanare lo sforamento del 2018, insomma, ci sarebbero proprio per i risparmi possibili grazie alle due misure più identitarie dell’esecutivo del cambiamento. Peraltro, i provvedimenti più criticati da parte della Commissione europea. A tal fine il tone of voice non è irrilevante. Conte avrà modo di incontrare a metà settimana al Consiglio Europeo i principali decision makers del Vecchio Continente. Tanti i temi da affrontare nell’ambito di una trattativa politica che verte su questioni di assoluta rilevanza come quelle relative alla composizione della futura Commissione europea e alla scelta del suo presidente. E come quelle relative alla distribuzione dei pesi e contrappesi tra i 28 Paesi ed alla individuazione delle guide di Bce e Parlamento europeo. Inquadrare la questione della procedura d’infrazione dentro l’alveo più ampio della trattativa politica sulle nomine europee consentirebbe, oltretutto, di non considerare la riunione dell’Ecofin del 9 luglio come un termine perentorio. In teoria, a disposizione dell’Italia ci sarebbe anche tutto il resto del mese di luglio, visto che per la decisione sulla procedura d’infrazione non si può e non si deve andare oltre la pubblicazione dei dati Eurostat.

Pubblicazione che avviene il primo di agosto. Tra i commentatori politici qualcuno derubrica la trattativa sulle nomine ad una strategia finalizzata solo a guadagnare tempo, con l’intento più che altro di evitare strappi nella maggioranza. Altri, invece, vedono in questa situazione un’occasione utile per far pesare il ruolo dell’Italia e rappresentare finalmente la necessità di non farsi trattare come il Paese che deve, sempre e solo, “fare i compiti a casa”. La partita si gioca, dunque, su due fronti: quello esterno e quello interno. Due fronti intrecciati, atteso che il leader della Lega ha individuato nella riduzione della pressione fiscale ed in particolare nell’attivazione della seconda fase della flat tax il nuovo terreno di sperimentazione delle proprie strategie comunicative, replicando quel modello che, grazie al tema della sicurezza e dell’immigrazione, lo ha portato in pochi mesi ad una crescita esponenziale del proprio consenso. Ed ha un senso ricordarlo oggi che è il tax day. In data odierna, infatti, si concentrano, diverse scadenze fiscali che, secondo la Cgia di Mestre, dovrebbero portare 32,6 miliardi di euro tra ritenute Irpef che gli imprenditori devono pagare per i propri dipendenti e collaboratori, Imu, Tasi per seconde case e immobili strumentali, Iva allo Stato ed Irpef sui compensi dei lavoratori autonomi.

Non dimentichiamoci che l’Italia ha una delle pressioni fiscali più elevate d’Europa. La riduzione del cuneo fiscale, unitamente ad una riforma complessiva della materia è necessità improrogabile. Salvini considera la riduzione delle tasse un diritto-dovere dell’Italia. Di Maio invita a distinguere tra la categoria della “responsabilità” e quella della “fessaggine” nei confronti dell’Europa. Entrambi vogliono procedere senza aumentare l’Iva. Necessità improrogabile è anche l’attuazione di quelle strategie capaci di perseguire l’obiettivo della crescita con un rilancio di investimenti ed occupazione. Il valore delle 630 opere monitorate dall’Ance (Associazione Nazionale dei Costruttori Edili) con l’Osservatorio “sblocca cantieri” è di quasi 55 miliardi. Nel dettaglio, si tratta di 430 opere al Nord, 130 al Sud e 70 al Centro. Opere bloccate prima dell’apertura dei cantieri per una serie di motivi: procedure amministrative (il 43%), risorse finanziarie (il 36%), decisioni politiche (il 19%).

L’agenda economica del governo è fitta di impegni, scadenze, programmi. Solo un tasso elevato di coesione interna può consentire un negoziato con l’Europa positivo, nel rispetto contemporaneo delle priorità per l’Italia e delle regole europee. È un compromesso continuo quello che va ricercato. Un compromesso tra aspirazione e aderenza alla realtà. Che deve avere nella fiducia (interna ed esterna) il proprio punto di forza.

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