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Sembra un bollettino di guerra. <Il Sud è stretto in una morsa>. <La carenza di infrastrutture e servizi ne abbassa in misura sconfortante la capacità di attrarre investimenti>. <Tutto ciò ne mina le possibilità di sviluppo>. L’avesse detto qualche meridionale arrabbiato, nessuna novità tanto quanto nessuna speranza. Ma avendolo detto un ministro come quello dell’Economia, Tria, è qualcosa fra la scoperta di Pulcinella e l’ammissione di una colpa. Non sua, ma dei governi (compreso l’attuale) che continuano a trattare il Sud come una Italia secondaria. Come un fastidio.
Il Sud è tanto periferico nel lungo Stivale, che basta poco per rovinarlo.

Basta non dargli i collegamenti. Basta rendere difficile andare da una parte all’altra. Basta inchiodarne ogni centro entro le sue mura. Toglili un treno, ed è fatta. E siccome ci sono stati 158 inutili anni per rimediare, non è che te la puoi prendere sempre col caso o col destino cinico e baro. Non dare sufficienti binari, stazioni, strade, porti, aeroporti, non dare aggiornate linee telematiche è stata una scelta. Una ideologia. Per scoraggiare. Per impedire che i meridionali si incontrassero fra loro. Si scambiassero merci. Confrontassero idee. Facilitassero pendolari, studenti, turisti. Attirassero, appunto, investimenti. Diventassero una comunità, chissà, dal medesimo sentire. Una rete. Diventassero una forza non un numero. E tanto pericolosa da far valere i propri interessi come fanno quelli dell’Italia primaria del Nord. Da contare dove si prendono le decisioni che li riguardano.

Anche per questo i meridionali dialogano poco fra loro. Una mentalità imposta dal tempo e dalla frustrazione. A lungo andare, ieri come oggi e domani. Un industriale che il mondo ci invidia come Vito Pertosa dice che basterebbe il solo collegamento ferroviario diretto fra Bari e Napoli per svoltare al Sud. Svolta oraria ma soprattutto psicologica. E poi non è sufficiente constatare che al Sud non c’è l’alta velocità ferroviaria se non fino a Salerno. Figuriamoci, l’alta velocità come se fosse un diritto del Sud che pure paga con le sue tasse il prezzo per farne godere il Nord. Al Sud i treni vanno all’alta velocità media di 65 km all’ora. In quel Sud interno dal quale non resta che andare via. E c’è voluta una lunga battaglia della <Gazzetta> per ottenere qualche chilometro orario in più su quella linea adriatica considerata di serie B. Per non parlare del danno commerciale: per l’agroalimentare, la Puglia ha appena 7,9 chilometri di infrastrutture ad azienda rispetto ai 59 delle aziende liguri.

Il fatto è che Tria è un ministro, non un gentile signore passato per i saluti. E ammettere una situazione senza cambiarla se lo può permettere solo il dibattito di una associazione culturale. E la denuncia (come ha fatto) della <scarsa capacità progettuale> del Sud, rischia di essere un’arma di distrazione di massa visto che in questo Paese le infrastrutture le fa lo Stato, non il Comune di Roccacannuccia. Aggiungendo che il ministro ha parlato anche di carenza di servizi, per i quali da sempre lo Stato spende di più al Nord perché un cittadino settentrionale vale più di uno meridionale. E soprattutto ora che il suo ministero pubblica l’elenco delle grandi opere da completare grazie allo Sblocca cantieri.

Udite udite: al Sud solo 31 chilometri, sulla statale 106 jonica (quella della morte per le sue condizioni) fra Roseto Capo Spulico e Sibari. Con una grafica che colloca Roseto in Puglia, forse per dare l’impressione che ne siano interessate due regioni e non solo la Calabria. Tutto il resto, nell’Italia primaria. Dalla Pedemontana lombarda alle circonvallazioni venete. Dal passante di mezzo di Bologna a quello di Firenze. Fino al Mose di Venezia più carico di tangenti che di soluzioni contro l’acqua alta. E mica uno scandalo il Sud ignorato, sia chiaro, ma una logica conseguenza. Essendo tutte opere da completare. E non è che nella lamentosa Italia secondaria si può completare ciò che non è mai iniziato.

Così prendi la cartina della Puglia e vedi finite a babbo morto la Statale 172 dei trulli o la Garganica o la Taranto-Grottaglie-Manduria o la 7 Ter salentina. Questo tanto per parlare dei territori più interessati da un turismo che pur i censori del Sud ne indicano come il futuro luminoso e smettano di rompere. Mentre il governatore della Banca d’Italia, Visco, dice che al Sud servono investimenti (rieccoli) non assistenza. Pardon, trasferimenti di soldi come il reddito di cittadinanza che portano consumi e voti più che sviluppo.

Ché se poi vai a consultare il piano quinquennale 2019-23 delle Ferrovie dello Stato, concludi che il 20 per cento destinato al Sud è lontanino da quel 34 per cento di spese assicurato per parificarle alla percentuale della popolazione meridionale. E senza, ancòra, treni a Matera. Ma non si vorrà montare la testa di capitale europea della cultura.

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