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Oggi Berlusconi si trova di fronte a un bivio: o sceglie di aspettare Salvini, rischiando però la satellizzazione di Forza Italia nell’orbita leghista; o decide di smarcarsi definitivamente

L'assenza di un centro di gravità permanente

Silvio Berlusconi è convinto che, più prima che poi, Matteo Salvini mollerà Luigi Di Maio. Anche Nicola Zingaretti, forse, è convinto che, più poi che prima, Di Maio mollerà Salvini. Nel frattempo i due leader di Forza Italia e Pd aspettano gli eventi (cioè le elezioni). E pensare che cinque anni fa i loro due partiti avevano in mano il boccino del gioco, avendo sottoscritto un patto che avrebbe dovuto fare da battistrada per l’intera legislatura (e non solo). Si sa come è andata a finire. Il Cavaliere voleva che al Quirinale salisse Giuliano Amato. Matteo Renzi voleva che sul Colle approdasse, come è avvenuto, Sergio Mattarella. Rottura immediata tra Firenze ed Arcore.

Con effetti controproducenti per i due ex soci. Berlusconi non è più riuscito a contenere l’effetto Salvini che gli ha soffiato il timone del centrodestra. Renzi ha perso per strada l’alleato Silvio che poteva aiutarlo a vincere il referendum costituzionale di dicembre 2016: il che ha ringalluzzito i suoi oppositori interni al Pd e creato le condizioni per il flop referendario.
Oggi Forza Italia e Pd non hanno ancora cicatrizzato le ammaccature elettorali scaturite da una gestione superficiale e personalistica di quella fase politica. Berlusconi spera che Salvini ripercorra il cammino di Umberto Bossi che, a metà degli anni Novanta, dopo aver sbattuto violentemente la porta, rientrò nel centrodestra riaccolto con tutti gli onori. Ma Salvini non è Bossi. E, soprattutto, Salvini dispone di un serbatoio di consensi mai toccato dal Senatùr. Di conseguenza, non solo appare improbabile il ritorno del Capitano leghista in coalizione, ma anche se ciò avvenisse, le condizioni poste dalla Lega sarebbero più dure di quelle che il condottiero gallo Brenno impose, nel 390 avanti Cristo, agli antichi romani.


Oggi Berlusconi si trova di fronte a un bivio: o sceglie di aspettare Salvini, rischiando però la satellizzazione di Forza Italia nell’orbita leghista o addirittura il proprio assorbimento nei ranghi «padani»; o decide di smarcarsi definitivamente, di dare per irrecuperabile il rapporto di un tempo. Ovviamente, se dovesse optare per la seconda strada, quella della competizione con la Lega, Forza Italia dovrebbe ridefinire la sua linea politica, caratterizzandola in un senso ancora più europeo e anti-populistico. Del resto, non sarebbe una novità, nel Vecchio Continente, che destra liberale e destra populistica decidano di non viaggiare assieme. In Francia la destra gollista e post-gollista non ha mai accettato alleanze con la destra estremista della famiglia Le Pen. Eppure in Francia il sistema elettorale maggioritario avrebbe, qualche volta, potuto suggerire di siglare accordi eterodossi pur di conquistare lo scettro di governo.


La verità è che, oggi, l’elettorato moderato di centrodestra e di centrosinistra non è adeguatamente rappresentato e sostenuto sul piano dell’offerta partitica. Ed è singolare che ciò si verifichi dal momento che l’odierno sistema di voto, prevalentemente proporzionale, in teoria dovrebbe facilitare le aggregazioni e le suggestioni al centro. Operazione indubbiamente non facile, alla luce delle pulsioni radicali eccitate dalla democrazia digitale, ma del tutto naturale, visto che l’area moderata e anti-populistica non è mica svanita come un miraggio. Esiste e chiede risposte, partendo da un leader e da un programma.
Anche il Pd è alle prese con problemi analoghi. L’ipotesi che Di Maio rompa con Salvini (o viceversa) è tutt’altro che peregrina. In tal caso, Zingaretti si ritroverebbe nella condizione di dover riprendere i fili di un confronto che in passato è saltato al primo contatto. Ma, anche in questo caso, l’idea di realizzare una grande sinistra aperta al post-grillismo non è di semplice attuazione, alla luce delle profonde divergenze, tra Pd e M5S, su Europa e concezione della democrazia. Difficilmente l’ala più riformista del Pd si troverebbe a proprio agio con i settori più irriducibili del Movimento.


Comunque. Il centro politico in Italia, che una volta era più affollato di Piazza San Pietro durante l’Angelus del Papa, oggi è più desertificato di un terreno colpito dalla grandine. Paradossalmente, i moderati di centrodestra e di centrosinistra sono assai più vicini tra loro di quanto (non) lo siano con i rispettivi, teorici, compagni di schieramento (eventuale).
La legge proporzionale dovrebbe agevolare flirt e fidanzamenti, ma l’indeterminatezza delle leadership, l’assenza di una meta chiara, la mancanza di una parola d’ordine unificante, la stessa latitanza di uno slogan seducente rendono impraticabile (almeno per ora) una prospettiva che, in altre circostanze, si sarebbe già concretizzata in una proposta politica.
Anche per questa ragione, Salvini e Di Maio possono permettersi il lusso di governare litigando e di litigare governando. Fino a quando? Lo scopriremo solo vivendo. A iniziare da domenica prossima.

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