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Stavolta sull’Europa si fa sul serio, visto che il 26 maggio sovranisti ed europeisti si disputeranno la leadership nell’Unione per i prossimi cinque anni

Tre proposte gelide verso l'Europa

L’Europa non è al centro di questa campagna elettorale, ma non è neppure in periferia. In tutte le altre precedenti consultazioni per il rinnovo del Parlamento di Strasburgo di tutto si discettava tranne che dei problemi e degli obiettivi comunitari. L’eurovoto era l’ennesino test sull’indice di gradimento del governo in carica, oltre che un’occasione propizia per risarcire politici momentaneamente sprovvisti di titolo e poltrona. Stavolta non è proprio così, anche se alcune candidature tradiscono il retropensiero di cui sopra. Stavolta sull’Europa si fa sul serio, visto che il 26 maggio sovranisti ed europeisti si disputeranno la leadership nell’Unione per i prossimi cinque anni.

E dall’esito di questa contesa dipenderà il futuro di un processo di integrazione che già affascinò un big della storia come Carlo Magno (742-814).
In un Paese normale, non bloccato da risse permanenti sul nulla e non mortificato da un dibattito politico-culturale sempre più modesto, si parlerebbe di Europa anche in occasione delle votazioni politiche e regionali. Ma, si sa, l’Italia è un Paese originale e particolare. Nell’era del Web, poi, suscita più interesse la mise di un candidato che il di lui programma (se e quando c’è). Insomma.

Nello specifico, qui al Sud, si dovrebbe discutere del rapporto tra Mezzogiorno ed Europa, visto che l’avvenire della Bassa Italia è legato al rubinetto che si apre o non si apre a Bruxelles.
Diciamo sùbito che l’Europa rappresenta l’unico bancomat, o quasi, a disposizione del Meridione. Se gli investimenti nazionali segnano il passo, quelli comunitari sono in aumento, tanto che si farebbe prima a indicare il nome di un’opera pubblica non finanziata dai Fondi europei, anziché sciorinare l’elenco dei cantieri aperti grazie ai quattrini dell’Unione. Intendiamoci. I Fondi europei avrebbero dovuto essere addizionali e non sostitutivi rispetto alle somme stanziate dai governi nazionali, ma non è colpa dell’Europa se i suoi flussi finanziari verso il Sud hanno di fatto ripercorso la strada del vecchio Intervento Straordinario, che da aggiuntivo si trasformò in esclusivo. Provate a immaginare in quali condizioni verserebbe oggi il Mezzogiorno se non avesse potuto bussare ai Fondi comunitari, anche se molti parecchi finanziamenti varati non sono stati utilizzati o sono serviti per pagare sagre paesane e concerti di musica leggera.

Dal 2020 il fiume di soldi europei verso il Sud verrà prosciugato sensibilmente, il che renderà sempre più necessario un intervento compensativo da parte del governo nazionale. Ma siccome è bene non farsi illusioni in merito, visto che l’andazzo è orientato in tutt’altra direzione, è cosa saggia non tagliare mai il filo che unisce il Mezzogiorno all’Europa. Del resto, si stagliano all’orizzonte manovre economiche simili a stangate più che a interventi per la crescita. Di conseguenza si taglierà su tutto per sostenere i provvedimenti di consenso e in quel «tutto» ovviamente verrà compresa pure la coesione territoriale, che sottintende le politiche per il Sud.
Solo l’Europa potrà continuare a dare un po’ di ossigeno al Meridione, soprattutto in campo infrastrutturale. Perduta l’Europa, buonanotte.

Ecco perché non bisogna farsi sedurre dalle sirene attivate da chi vuole disarticolare l’Unione. A rimetterci sarebbero innanzitutto le aree deboli, perché nessuno Stato sovrano avrebbe le risorse sufficienti per provvedere da solo a sostenere iniziative di inclusione e di livellamento territoriale.
In fondo, l’Europa economica è nata nel segno della concorrenza e della solidarietà. Sia chiaro, molto resta ancora da fare, visto che l’Europa non ha quel bilancio «autonomo» che le permetterebbe di affrontare le crisi dei singoli Stati (vedi la vicenda greca) senza doversi affidare al buon cuore della ricca Germania. Ma la tesi di chi vorrebbe il depotenziamento di Bruxelles è assai pericolosa, perché in nome del sovranismo verrebbero colpite proprio le nazioni e le fasce più deboli.
Proprio alle economie più mosce, infatti, converrebbe che il processo di cessione di sovranità in vista del traguardo degli Stati

Uniti d’Europa non conoscesse interruzioni o regressioni. In un mondo sempre più complesso e conflittuale, in un mondo in cui i protezionismi stanno tornando alla ribalta con seri propositi di rivincita, ritenere di rinchiudersi nelle piccole patrie demonizzando le frontiere più larghe significa creare le premesse per il sottosviluppo a tempo indeterminato. Una prospettiva che il Mezzogiorno non può e non deve prendere in considerazione nemmeno per scherzo o per sbaglio. Già oggi il Sud viaggia su una nave che ha lanciato l’’Sos, dato che si sta spopolando dei suoi cervelli migliori. Se poi il medesimo Sud dovesse voltare le spalle all’Europa o fosse messo nelle condizioni di non poter usufruire dei tubi finanziari comunitari, beh allora non gli resterebbe che affidarsi a un santo come Padre Pio.

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