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Il Colle, vera posta in gioco in caso di voto anticipato

È in ballo non solo il colore del governo, ma soprattutto l’identità del futuro Capo dello Stato

Se lo sciopero della famescredita il Parlamento

Manca poco più di un mese dal voto europeo, ma in Italia tira aria di elezioni politiche anticipate. I più prevedono che in ottobre gli italiani saranno richiamati alle urne per rinnovare un Parlamento dilaniato dalle liti continue tra i due partner di governo. C’è pure chi non esclude una verifica elettorale nell’ultima domenica di settembre e c’è addirittura chi ipotizza la consultazione a fine giugno, tra un paio di mesi. In ogni caso, la parola definitiva sullo scioglimento delle Camere verrà pronunciata all’indomani delle europee di maggio. Se non ci saranno scossoni, la legislatura potrà, forse, proseguire il suo, accidentato, percorso. In caso contrario si tratterà solo di stabilire la data dello «sciogliete le righe».

Comunque. A prescindere dall’esito dell’eurovoto, la coabitazione tra grillini e leghisti si fa ogni giorno più burrascosa. Roba mai vista neppure nelle fasi più concitate e turbolente della Prima Repubblica. Solo un miracolo potrebbe rilanciare il «contratto» tra Luigi Di Maio e Matteo Salvini, ma in giro, nei palazzi del potere, non si vede né un San Francesco né un Padre Pio.
E quando, in un modello parlamentare il tempo è segnato da tempeste ininterrotte, il boccino del gioco passa nelle mani del Capo dello Stato. È lui il vero arbitro della partita. Tocca a lui indirizzare in una direzione o in un’altra il domani della legislatura.
Per dovere istituzionale, il Presidente della Repubblica non può liquidare le Camere a cuor leggero, come se si trattasse di decidere sulla gita di Pasquetta. E, di solito, chi più chi meno, tutti gli inquilini del Quirinale, da Luigi Einaudi (1874-1961) fino a Sergio Mattarella, hanno fatto i salti mortali per non rimandare a casa senatori e deputati. Ma, come dicevano gli antichi romani, ad impossibilia nemo tenetur (nessuno è tenuto a realizzare l’impossibile). Se non ci sono le condizioni per evitare il divorzio tra gli alleati di governo e, soprattutto, se non ci sono le premesse per varare altre soluzioni e coalizioni alternative, anche il Presidente più restio a segare i due rami del Parlamento, si vede costretto a firmare il certificato di morte della legislatura in atto.

Mai come stavolta la decisione di salvare o affogare le assemblee legislative, si ritrova, quindi, ad essere foriera di conseguenze che andrebbero al di là della formazione o della sorte di un governo. Dalla decisione di prepensionare o no l’attuale Parlamento dipende, infatti, la scelta del successore di Mattarella (in programma a inizio 2022, cioè fra meno di tre anni). Se, nonostante gli stracci che volano, la legislatura nata nel 2018 non dovesse abortire, sarebbero le attuali Camere a eleggere il futuro uomo del Colle. E in questo caso, il candidato naturale per il dopo Mattarella non potrebbe che essere Giuseppe Conte, l’unico tra i big di M5S e Lega, a possedere le necessarie doti di mediazione e a disporre di un’agenda di contatti internazionali: elementi ineludibili per chi coltiva ambizioni quirinalizie. Se, invece, nei prossimi mesi, la legislatura dovesse deragliare, toccherebbe al Parlamento prossimo venturo indicare il nome dell’erede di Mattarella. Come si vede, la questione non è di poco momento.
In breve. Se il futuro Presidente della Repubblica sarà il frutto dell’attuale assetto, caratterizzato dall’asse tra due forze populistiche, è assai probabile, anzi è scontato, che sul Colle salirà un populista, fosse anche nell’(auto)definizione di «avvocato del popolo». Se, invece, il futuro Capo dello Stato sarà l’espressione del nuovo quadro politico, ossia delle alleanze (quasi certamente diverse da quella odierna M5S-Lega) che si sottoscriveranno, nelle Camere rinnovate, quasi certamente al Quirinale approderà un signore non dichiaratamente populista, dal momento che chiunque prevarrà, tra M5S e Lega, dovrà formare una maggioranza di governo con forze non populiste. I grillini guarderanno verso il Pd di Nicola Zingaretti. I leghisti verso Forza Italia di Silvio Berlusconi e Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni. In un modo o nell’altro, il nome selezionato per la massima magistratura dello Stato dovrà per forza essere il risultato di un compromesso tra partiti populisti e forze anti-populiste. Difficilmente i primi, cioè i populisti, potrebbero procedere a colpi di diktat, pena l’esplosione dell’alleanza.

Finora l’anti-populista ed europeista Mattarella ha tenuto a bada i populisti e gli anti-europeisti Di Maio e Salvini. Che cosa succederebbe se a Mattarella subentrasse un populista? I populisti al governo non incontrerebbero più ostacoli e paletti, specie nelle intemerate contro l’Europa. Viceversa, se a Mattarella, sull’onda di un modificato mosaico politico, subentrasse un non populista o un antipopulista, il Quirinale si confermerebbe un argine contro le tracimazioni anti-europee di eventuali nuovi governi dichiaratamente sovranisti.
Ecco perché c’è chi ritiene che Mattarella non farebbe il diavolo a quattro in difesa di questa legislatura, qualora prendesse corpo un orientamento favorevole alle politiche anticipate.
È in ballo non solo il colore del governo, ma soprattutto l’identità del futuro Capo dello Stato. Carica che, in un sistema politico instabile e confuso come quello italiano e in una fase caratterizzata dallo scontro endemico tra populisti e antipopulisti, è destinata ad assumere un peso sempre più rilevante, anzi decisivo.

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