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Chi crede ancora che ci siano tre atteggiamenti morali differenti, tra Nord, Centro e Sud, nella gestione della cosa pubblica, dovrebbe porre attenzione all’inchiesta sulla sanità umbra, che ha sollevato il coperchio di un raccomandificio strutturale, unito a una lottizzazione iper-clientelare degli incarichi negli ospedali. Tutto il mondo è paese, in Italia. Nord, Centro e Sud si somigliano più di tre gocce d’acqua. La disinvoltura nella destinazione delle risorse pubbliche è sempre più diffusa e sfacciata. Così come è sempre più capillare e sistemico, nella selezione dei candidati a un ufficio pubblico, il primato dell’appartenenza partitica sulla capacità personale.

Purtroppo, lo Stato non è un’entità astratta e metafisica, perfetta e mitologica, come si tende a raccontarlo. Lo Stato si presenta, ogni momento, con la carta d’identità dei detentori del potere, di chi ha potere decisionale. E siccome le debolezze degli uomini sono note dal giorno della Creazione, il rischio di utilizzare a proprio vantaggio il potere derivante da una carica pubblica è più scontato di un gol di Leo Messi in una partita di Champions.
Il paradosso è che chi si lamenta dell’invadenza da parte della politica e della burocrazia nella vita di tutti i giorni, quasi sempre invoca dosi ancora più massicce di intervento pubblico. Tutti sanno cosa vuole dire sottoporsi a code umilianti di fronte agli sportelli, tutti hanno avuto modo di subire vessazioni e pressioni durante il lungo cammino di una pratica per l’avvio di un’attività, eppure tutti, o quasi, implorano più controlli pubblici, in una spirale infinita che, giorno dopo giorno, porta il tasso di corruzione italica a livelli patologici ed endemici. Più autolesionismo e masochismo di così di fronte all’orgia del potere.
Per dire. L’accordo Andreatta-Van Miert (1993) aveva smantellato il sistema delle Partecipazioni Statali che divorava più miliardi di lire (all’epoca) di milioni di scommettitori seriali. Ma oggi, il modello delle Partecipazioni Statali, già cacciato dalla porta, sta rientrando dalla finestra. Vuoi attraverso la Cassa Depositi e Prestiti vuoi attraverso altri strumenti, lo Stato sta ritornando a fare l’asso pigliatutto, e qualcosa di simile sognano di fare anche le Regioni a livello periferico. Di questo passo, non sarà solo il debito pubblico a oltrepassare nuovi, poco rassicuranti, confini. Ma sarà il tessuto morale del Paese a risultare inquinato in ogni lembo di stoffa.

Non è un caso che le mafie si infiltrino ovunque. Non è un caso che le mafie approfittino di ogni pertugio, di ogni spazio, nelle pubbliche istituzioni, per entrare, fare affari e condizionare la politica. Un fenomeno invasivo che non conosce zone franche, su tutta la Penisola. Dalla Liguria al Veneto, dalla Sicilia alla Valle d’Aosta, l’asse tra Mafiopoli e Corruttopoli avanza senza incontrare molte resistenze nella stessa opinione pubblica. Parte della società civile, anzi, ritiene di poter convivere con cosche e clan vari, l’importante, per lei, è che quest’ultimi indossino i colletti bianchi e non facciano uso di pallottole. Errore fatale. Molte imprese private in difficoltà a volte si rivolgono a creditori di dubbia reputazione (eufemismo) con la convinzione di poter superare presto il momento di crisi per poter, a stretto giro di posta, congedare i «benefattori». Quasi sempre avviene il contrario. È il nuovo socio, per lo più usuraio e malavitoso, a estromettere il vecchio proprietario e a trasformare la nuova conquista preda industriale in un ennesimo super-negozio di lavanderia finanziaria.
La mafia garaganica occupa le prime pagine dei giornali. Allarma per la sua tracotanza sanguinaria. Ma ciò non significa che i boss dell’Alta Puglia disdegnino di penetrare nelle amministrazioni comunali e nelle aziende pubbliche e private. Loro sono sempre alla ricerca di enti e uffici su cui mettere le mani. E poi: più soldi accumulano, più esigenze di riciclaggio hanno. Di qui i continui tentativi di infiltrazione, in un gioco perverso che annienta la legalità.

La classe politica dovrebbe dare il buon esempio. Invece, mai come ora, dilaga il più osceno fra i trasformismi. È sufficiente scorrere l’elenco dei candidati alle europee e alle comunali. Non si contano i cambi di casacca di diversi candidati, tutti ispirati dalla domanda: «Cosa c’è per me?». Una domanda, la cui risposta presuppone un aggravio di spese per le casse pubbliche, al centro e in periferia. E se l’approccio alla cosa pubblica è ispirato da queste logiche di covenienza e, talora, di rapina, c’è poco da meravigliarsi se la cronaca giudiziaria di giornali e tv è monopolizzata dagli scandali politico-amministrativi, così come c’è poco da sorprendersi se al contagio corruttivo poi si aaggiunge la degenerazione mafiosa.
È una spirale senza fine che porta lo Stato a trasformarsi oggettivamente nel braccio armato dell’Anti-Stato, anziché a evolversi nello scudo di chi è inerme di fronte allo strapotere di corruttori e malfattori. In fondo questa contraddizione è uno fra i primi fattori che ci allontanano dall’Europa.

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