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Pulce, che favola di bambina!

La piccola «che somigliava alle cose scomparse» e il candore visionario del libro di Sergio C. Perroni

Pulce, che favola di bambina!

La vita, emulazioni per l’uso. Parafrasiamo il celebre titolo di Georges Perec, La vita, istruzioni per l’uso, che in Italia conquistò fra i primi Umberto Eco e Italo Calvino, per segnalare un piccolo, prezioso libro uscito da poco per La Nave di Teseo, la casa editrice orchestrata da Elisabetta Sgarbi che raramente sbaglia un colpo. Parliamo di La bambina che somigliava alle cose scomparse di Sergio Claudio Perroni (pagg. 165, euro 13,00). Qui la piccola protagonista Pulce, pur di rendere gli altri felici o meno malinconici, è in grado all’istante di assumere le sembianze di una madre o di una moglie appena scomparsa, di una stella cadente, del compagno di classe ignaro della ragazzina innamorata di lui, d’un arcobaleno, di un’ombra abbandonata dal suo corpo, di una poesia dimenticata, di una nuvola svanita, chissà dove, lasciando senza rifugio un passerotto in fuga dal falco cattivo...

Sessantenne, siciliano d’adozione (vive e lavora a Taormina), Perroni è traduttore principe dal francese e dall’inglese di novecentisti quali Butor, Cheever, Steinbeck, ma anche Foster Wallace e Houellebecq, oltre che editor e custode appassionato e severo della bellezza della lingua italiana. Tanto appartato quanto cruciale nelle nostre lettere degli ultimi lustri, Perroni ci ha abituato a testi che affabulano o drammatizzano il mito e la storia, la realtà e il sogno, l’amore. Basterà ricordare il formidabile Nel ventre (2013), che rinserra il lettore nel cavallo di Troia, rendendolo partecipe del terrore, della speranza e delle visioni di Ulisse e degli Achei; e Renuntio vobis (2015) sui tormenti di un pontefice dimissionario, con risonanze della traumatica scelta di Ratzinger, al cospetto della Voce che lo incalza e lo biasima in un dialogo intessuto di versetti testamentari. Nel più recente Entro a volte nel tuo sonno (2018), la «prosa poetica» di Perroni - secondo la definizione di Sandro Veronesi - apre al turbamento, al rimpianto, al dissenso nel mondo vissuto, alla fuga in avanti o alla pausa contemplativa, lungo la frontiera fra essenza e rappresentazioni, fra quotidianità e desiderio.

Sentieri di una crina incantata percorsi anche in La bambina che somigliava alle cose scomparse, la cui semplicità... difficile a farsi s’incarna nelle magiche emulazioni/rivelazioni di Pulce. La piccola, sette anni e «gli occhi color tatuaggio», si è presa una vacanza dai continui rimbrotti dei genitori, scappando di casa. La sua candida ribellione serba un talento visionario per il quale la bandella editoriale legittimamente evoca l’Alice di Lewis Carroll e il Piccolo Principe di Saint-Exupéry, l’ironia paradossale del Pickwick di Dickens e la leggiadria fiabesca del nostro Calvino.
Pulce fa pensare pure ai Viaggi di Gulliver di Swift per la misura di fantasia e satira nell’allegorizzare la natura umana/disumana. Un mosaico di avventure arricchito dai bei disegni di Leila Marzocchi che illustrano il libro.

Eccola, Pulce. Al parco s’imbatte in un’elegante signora in tailleur. È stata da poco lasciata dal marito e ora rischia di perdere anche la fiducia della figlioletta Lucilla che già le urla di preferire «l’altra mamma», la nuova amichetta del papà. La signora, infatti, si è lasciata sfuggire un palloncino verde che vola verso il cielo.

«E come ha fatto a lasciarselo scappare?», le chiede Pulce.
«Be’, non è stata colpa mia», rispose la donna. «È stato lui a piantarmi, aveva conosciuto quella tizia in palestra e...».
«Parlo del palloncino, non di suo marito!» sbottò Pulce che cominciava a chiedersi se ci fosse più aria nel palloncino o nella testa di quella signora... «Ormai è troppo in alto», disse, «solo un uccello potrebbe riportarlo giù. Ma forse se me lo descrive facciamo ancora in tempo a trovargli un gemello».
Detto fatto, Pulce prende ad assomigliare al palloncino mentre Lucilla si avvicina, tranne poi «punire» la bimba quando elogia il regalo fattole dall’«altra mamma», perché lei sì, le vuole bene... «Le sgusciò tra le dita paffute e, prima di schizzare via, le strombazzò sul muso un po’ d’aria, per darsi più slancio nel volo pazzo dei palloncini quando si sgonfiano di colpo».
Un mondo in poche righe, dove la fonte della sapienza è l’esperienza restituita nelle geniali «note» a piè di pagina. Un esempio? «Pulce sapeva che a volte le illusioni non vedono l’ora di diventare delusioni» - «Fonte: zia Laura, divorziata e in volontario esilio al Nord, salvo brevi ritorni colmi di amarezza». E tra le fonti, che Pulce spesso si segna nel diario, troviamo, che so, «un arrotino che collezionava amori infelici» e «il fattorino somalo di Saro il pasticcere, esperto di traversate nel deserto (letterali e non)». Bagliori comici ed echi del presente nel regno senza tempo dell’infanzia, al cui stupore Perroni s’ispira, con un tocco fatato, per la sua favola dedicata «a chi ha ancora in sé il sorriso del neonato». Per Pasqua regalatevi questa sorpresa.

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