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Black out dei social: tre ore di vuoto. Adolescenti in lacrime, amanti disperati, leoni da tastiera ridotti a miti agnelli, polemisti in preda al panico, selfisti smarriti, narcisisti pronti al suicidio

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Aiuto! Non chatto quindi non sono. Che ne sa Cartesio che la mia esistenza passa attraverso il mio smartphone? Che se non posso connettermi smetto di essere? Il black out dei principali social network si è consumato ieri dalle 12.45 per tre ore. Tre ore di vuoto. Adolescenti in lacrime, amanti disperati, leoni da tastiera ridotti a miti agnelli, polemisti in preda al panico, selfisti smarriti, narcisisti pronti al suicidio.
Tre ore da day after e la tipica desertificazione da nucleare si è trasferita nei paesaggi dell’empatia. Così siamo stati costretti a guardarci dentro e a fare i conti con la nostra dipendenza da tecnologie, soprattutto le più futili, quel mondo virtuale che ha preso le sembianze dei nostri amici, dei nostri gusti, del tempo libero, delle abitudini.

Potevano Aristotele e Platone, Nietzsche e Kant ipotizzare che un giorno le più grandi paure dell'uomo sarebbero state in bilico tra il «non c'è campo» e «ho finito i giga»? Il black out di ieri torna a proiettarci su un terreno che si fa, generazione dopo generazione, più oscuro e sconfinato: la solitudine. Una malattia o un bisogno? Perché nelle migliaia di follower e amici, nella perenne connessione, nella nostra improbabile vita on line, abbiamo sperimentato un nuovo genere di solitudine che solo la macchina poteva darci. Lo spiega bene la sociologa americana Sherry Turkler nel suo saggio «Insieme ma soli» che analizza come il mondo digitale ci abbia condotto a una sorta di mutazione. La «nuova» solitudine è figlia di un mondo più fluido (o liquido, per citare l’abusato Baumann), più precario e sconnesso dove le uniche vere interconnessioni non possono che essere virtuali.


C’è chi ha gridato al complotto. Gli agnostici e gli appartenenti ad altre religioni, anche le più fantasiose e controverse, se la sono presa con il papa che poche ore prima aveva detto (con altre parole, ovviamente): «Basta a stare di capa nel cellulare!». Una punizione divina o gli 007 del Vaticano hanno tagliato a mano l’invadente «fibra» che ci unisce? Quando ormai sembrava tutto finito, dopo tre ore di disorientamento collettivo, il popolo agonizzante dei cyberdipendenti ha ripreso fiato solo quando un beep salvifico è infine risuonato nel silenzio cosmico che aveva a quel punto ingoiato il mondo. Certo, qualche umano obsoleto ha osservato tutto questo con socratica ironia e sacrosanta preoccupazione, parliamo degli ultimi superstiti che non postano foto del cagnolino su instagram, non litigano a prescindere su facebook e non soccombono alle estenuanti chat di whatsapp (irreversibili come lo erano un tempo le catenedisantantonio). Gli umani scampati alla dittatura social subiscono una sorta di dileggio quotidiano, «ma dove vivi?», «stai su Marte», «ma da quale evo sbuchi?», «sei fuori dal mondo» e roba del genere. Eppure ieri si sono presi il loro riscatto morale: nessuno sbalzo d’umore, nessuna crisi di nervi, la loro vita è scorsa regolarmente nelle tre ore di apnee altrui.


Ma tant’è. Questa è oggi la comunicazione: frenetica, bulimica, spersonalizzante. Indietro non si torna a meno di diventare tutti asceti e magari trasferirci in qualche monastero sperduto d’alta quota (dove di sicuro «non c’è campo» ma l’aria estremamente rarefatta potrebbe perfino farci male). Non perdiamo la speranza, in ogni caso. Philipp K. Dick e Isaac Asimov preconizzano robot che «un giorno avranno dei segreti, un giorno avranno dei sogni». Intelligenze artificiali, macchine che provano emozioni. Il paradigma finale della sconfitta umana? Fantascienza? Non sarà il caso di fermarci un attimo prima dell’estinzione non già del genere umano ma dei nostri poveri cervelli?

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