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Da «reddito» e «tassa piatta» opportunità per i furbetti

«Nonostante le campagne di comunicazione e la promozione di un «fisco amico», alla fine le tasse sono viste sempre come una ingiusta tosatura»

fisco

Uno dei più bei film di animazione della Disney è «Robin Hood». Tra i personaggi più riusciti, il perfido Sir Biss, rappresentato da un maldestro serpentello. Sir Biss è anche il «ministro delle finanze» e dunque l’esoso tassatore della popolazione. Un po’ il simbolo universale del Fisco: tenace, ottuso, crudele. Ed è questa l’immagine che ciascuno si è fatto delle tasse. Nonostante le campagne di comunicazione e la promozione di un «fisco amico», alla fine le tasse sono viste sempre come una ingiusta tosatura.
In Italia la cosiddetta «pressione» fiscale ufficialmente certificata è al 42,4 per cento: significa che per ogni euro guadagnato, in tasca restano solo 57,6 centesimi.

In realtà, secondo stime assai attendibili, sarebbe attorno al 47%. Tutti i governi nascono col buon proposito di abbassare le tasse. Anche la maggioranza gialloverde non si è sottratta a questo rito incantatore inserendo il calo fiscale nel famoso «Contratto» che, dopo i Dieci comandamenti e la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, è praticamente il documento più importante della storia. Ora finalmente si parla di flat tax, letteralmente «tassa piatta», cioè una tassa ad aliquota unica per disincentivare l’evasione. Si punta su una cifra fra il 15 e il 20 per cento. Cioè molto meno della metà di quel 42,4 indicato prima.

Il provvedimento nella fase iniziale ha costi altissimi per via del calo immediato del gettito fiscale che, solo successivamente, verrebbe ripristinato grazie ai meccanismi di recupero dell’evasione e ai consumi indotti dall’avere più soldi a disposizione. I calcoli indicano un costo per lo Stato di circa 12 miliardi di euro. La flat tax - secondo il governo - non sarà applicata subito a tutti, ma richiederà una gradualità. Salvini spinge perché ne usufruiscano le famiglie con un reddito inferiore ai 50mila euro e con un patrimonio mobiliare non superiore a 100mila. Bene, ottimo per cominciare, verrebbe da dire.
Ma se si guarda alla realtà italiana si spegne subito l’euforia. Le statistiche dicono che entro il limite di 50mila euro per nucleo familiare si concentra il grosso dei contribuenti. Dunque la flat tax andrebbe a beneficio di buona parte delle 26 milioni di famiglie. Bene, peccato però che in questa fascia si concentri la quasi totalità dei redditi da lavoro autonomo: professionisti, artigiani, commercianti. Il lavoro autonomo - per sua natura e per un tacito patto di «tolleranza sociale» - sfugge di più ai controlli fiscali rispetto al lavoro dipendente. Per cui la flat tax come immaginata dal governo andrà con ogni probabilità ad agevolare maggiormente chi già oggi paga le tasse in misura inferiore a chi, avendo redditi da lavoro dipendente, non può nascondere nulla all’occhiuto Fisco.

Ad aggravare la sensazione di ingiustizia c’è un’altra misura-bandiera del governo gialloverde: il reddito di cittadinanza. Fino a oggi risultano all’Inps 806mila domande per altrettanti nuclei familiari. Tralasciamo il fatto che le richieste della sola Napoli sono uguali a quelle dell’intera Lombardia, regione che si piazza al quinto posto dopo Campania, Sicilia, Lazio e Puglia. Ma il dato che balza agli occhi è che quasi 500mila domande riguardano persone comprese nella fascia 45-67 anni d’età. Un dato un po’ anomalo visto che la misura è stata concepita soprattutto per aiutare i giovani a inserirsi nel mondo del lavoro. Ma un dato che si spiega se comparato con altri dati della nostra sfaccettata realtà economica.

Le stime più recenti parlano di oltre 1,5 milioni di lavoratori in nero che sottraggono circa 20 miliardi alla tassazione. I numeri forse sono per difetto se pensiamo a quante micro attività vengono svolte grazie al doppio lavoro: chi al mattino è alla Asl e il pomeriggio fa l’idraulico, chi fa l’autista di bus e poi arrotonda facendo l’antennista, chi fa il bidello ma poi è pronto a sostituirti la serratura alla porta blindata. Senza contare le «casalinghe» che si trasformano in badanti o in collaboratrici domestiche. Tutto senza scontrini né ricevute, naturalmente, all’insegna del «bravo chi frega il Fisco». Ne consegue che il reddito di cittadinanza finirà soprattutto a chi ha un Isee basso perché lavora in nero e quindi evade le tasse.
Morale: due provvedimenti fortemente voluti da questo Governo e destinati a far stare meglio gli italiani, aiuteranno i tanti furbetti che popolano il Belpaese e ai quali si offrono sempre nuove occasioni per perfezionarsi nelle loro piccole grandi ruberie. Povero Sir Biss, da noi avrebbe avuto vita ben più difficile che nel cartone disneyano.

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