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Sul fronte delle infrastrutture siamo ancora all'anno zero nonostante i cantieri e le promesse (c'era quasi da aspettarselo), ma ciò che lascia perplessi è soprattutto l'aspetto culturale che di lucanità ha poco o nulla

scorcio Matera 2019

Nel giorno della designazione, avvenuta ormai nel lontano 2014, serpeggiava la convinzione che l’evento “Matera capitale europea della cultura” potesse segnare un momento di svolta per tutta la Basilicata.

Sul fronte delle infrastrutture siamo ancora all'anno zero nonostante i cantieri e le promesse (c'era quasi da aspettarselo), ma ciò che lascia perplessi è soprattutto l'aspetto culturale che di lucanità ha poco o nulla. Si dirà: tutto è cultura. L’alimentazione è cultura, la banda è cultura, il circo è cultura, il cinema è cultura, la moda è cultura.

Curriculum E' vero, ma dentro quale visione? Nell’ambito di una serie di riflessioni critiche sul programma di Matera 2019 è recentemente intervenuta una figura storica del panorama politico lucano, Vincenzo Viti, riferendosi al silenzio che, nell’anno di Matera capitale, aleggia intorno a personalità lucane di spicco nel panorama culturale internazionale. Viti fa il nome della soprano Anna Maria Sarra, ignorata nonostante il curriculum di grande rilievo, che vale come esempio dell'esclusione di tanta parte del mondo musicale lucano. A nessuno sfugge, e non capiamo come possa essere sfuggito alla Fondazione, che la Basilicata può contare su una comunità di scrittori di tutto rispetto. Tra questi, riprendiamo qui il ragionamento di Viti, una “quaterna vincente” composta da Mariolina Venezia, Gaetano Cappelli, Giuseppe Lupo e Raffaele Nigro. Con i loro scritti, per altro editi da case editrici storiche del Nord, rappresentano la Basilicata e il Mezzogiorno nel panorama nazionale e internazionale della cultura. Avrebbero potuto incarnare il ruolo di ambasciatori riconosciuti di una città proiettata nel mondo sempre più interconnesso. Invece. Né protagonisti, né comparse. Ignorati del tutto. Sarà forse perché davvero nessuno è profeta in patria e che tutto il mondo è paese. Ma qui, evidentemente, è più paese che altrove, alla luce della pesante coltre di silenzio che avvolge i nomi migliori, quelli più incisivi e più presentabili del sapere locale.
Eppure, come nel caso di Venezia, c'era già un filo che li legava alla futura capitale della cultura. L'autrice di “Serra Venerdì”, premio Campiello nel 2007 con il romanzo “Mille anni che sto qui”, aveva organizzato nel 2015 un festival, “Raccontamatera”, in cui invitava colleghi di rilevanza nazionale a raccontare la città. C'erano tutte le premesse per un coinvolgimento attivo in Matera 2019. Coinvolgimento che c’è stato, ma monco: al primo monologo, in un adattamento teatrale del suo romanzo più famoso, per il momento non ne sono seguiti altri.

Un grave errore che una regione nel suo celebrarsi come luogo di cultura dimentichi o escluda i suoi scrittori, veicolo – per dirla con Giuseppe Lupo, vincitore di molti premi letterari e docente universitario alla Cattolica di Milano - di pubblicità certa attraverso libri di successo. E’ sempre la stessa storia, il provincialismo spinge a guardare altrove: il programma della Fondazione è diventato un programma buono per qualunque realtà, con bande e circhi, mentre poteva essere un’occasione, come rileva lo stesso Lupo, per celebrare la saldatura tra Oriente e Occidente, per discutere delle fratture tra Nord e Sud, per una progettualità di visione. E’ questo che è mancato: una visione. E potevano darla solo gli scrittori, gli intellettuali. Come Raffaele Nigro, espressione di una scrittura del Mezzogiorno, e della Basilicata, che coniuga ricerca antropologica e vivida immaginazione sostanziata di storia e leggende locali. Ex assessore alla Cultura di Melfi, Nigro poteva fungere da ponte tra territori della stessa regione, ma anche la città di Federico II è stata snobbata dal turbinio dell'incoronazione: “Matera è un affare. Come tale – dice Nigro - i gestori degli affari usano chiudere la partita solo tra soci”.

Ricordo Finalista al Premio Strega, Premio John Fante e Premio Ernest Hemingway, anche lo scrittore potentino Gaetano Cappelli è tenuto fuori dal recinto culturale di Matera capitale. Non è mai stato contattato dalla Fondazione. Lui ci scherza su: “Non volevano essere tacciati di provincialismo chiamando i lucani e così, ragionando, hanno portato il loro provincialismo al quadrato”. In fondo Cappelli se l'aspettava dopo che in uno dei suoi racconti di “Mestieri sentimentali” aveva fatto un ritratto dei Sassi non proprio idilliaco. Uno scritto che provocò una sorta di “fatwa” nei suoi confronti. Che forse dura ancora oggi. Non ne fa un dramma, ma avverte: Matera è decollata non solo grazie a Sant’Eustachio, ma anche a Santo Melgibson, che con il suo “The Passion” l’ha resa famosa nel mondo. Non sarà la proclamazione a capitale europea della cultura che la immortalerà. Se chiediamo a chiunque qual è la capitale che l'ha preceduta, nessuno, o quasi, se la ricorda. E Matera, secondo Cappelli, non farà eccezione.

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