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Ha ragione Giovanni Pascoli: “C’è qualcosa di nuovo oggi nel sole / anzi d’antico”. Anno 1315, Dante Alighieri: “Ahi serva Italia di dolore ostello,/nave sanza nocchiero in gran tempesta,/ non donna di provincie, ma bordello.”(Purg. VI); alcuni secoli dopo - 1830 - Giacomo Leopardi: “piangi, che ben hai donde, Italia mia” (Canti I) e ancora “Perché venimmo a sì perversi tempi?” (Canti II).

E così ancora nel cupo scenario odierno torna il dilemma dei dubbi che nei primi anni del secolo scorso laceravano l’intelligenza di Lenin: “Che fare?” e soprattutto Da che cosa cominciare? (Iskra n°4, 1901) .
La saggezza dell’antica Grecia con il Manuale di Epitteto consigliava una verità semplice ma fondamentale: “Le cose sono di due maniere; alcune in poter nostro, altre no”: il suggerimento ancor oggi valido è quindi quello di concentrare gli sforzi su quanto risulti effettivamente in nostro potere. Ma rimane il problema di capire quale possano essere in realtà le azioni governabili in poter nostro.

Del resto, è ancora la storia a fornire scenari amaramente poco etici ma purtroppo reali e comunque spesso ignorati quando forse potrebbero essere in «poter nostro» governarli.
Lo scrittore olandese naturalizzato inglese Bernard de Mandeville (1670-1733), empirista seguace di Bacone, considerava come passioni predominanti negli esseri umani l’amore di sé (self-love), coincidente con l’istinto di conservazione già indicato da Hobbes, e l’amor proprio (self-liking) finalizzato a ottenere l’apprezzamento altrui. Criticava le ipocrisie di una società che vuole presentarsi come virtuosa nascondendo i propri vizi ritenuti invece necessari al benessere per la collettività. Mandeville aveva scritto The Fable of The Bees or Private Vices, Public Benefits (pubblicata nel 1705, seguita da altre edizione fino alla definitiva del 1728), dove le «bees», le api, vivevano nel loro alveare un’esistenza basata su vizi privati la cui soddisfazione sviluppava e faceva prosperare la società offrendo lavoro anche ai più poveri. Fra i vizi, Mandeville indicava la vanità, il lusso, la lussuria, l’invidia, ma anche una giustizia che gradisce quell’oro capace di corromperla inducendola a infierire sulle api più povere. E poi la religione risulta viziata perché non sa o non vuole più badare ai problemi spirituali dell’anima essendo ormai soprattutto interessata ai concreti e lucrosi aspetti sociali del vivere quotidiano. Lo stesso Adam Smith seguì in parte il pensiero di Mandeville quando espose la sua teoria della «mano invisibile», capace di indirizzare le azioni egoistiche verso una prosperità tale da contribuire alla felicità e al benessere pubblico. Mandeville criticò anche il virtuoso principio di accontentarsi della propria condizione, così come la rassegnazione, la pigrizia insieme all’eccesso di virtù in quanto elementi in grado di limitare la produzione industriale provocando povertà nella nazione.

Nel Novecento, un grande filosofo come Benedetto Croce (1866-1952,) maestro dell’idealismo liberale, in un suo articolo su “La nausea della politica” si spinse ad affermare che “la politica è una cosa sudicia” (concetto del resto ribadito in termini più volgari anche da Rino Formica, un leader socialista di grande intelligenza politica). Croce scriveva: “gli uomini politici, impotenti a mutar rapidamente lo stato d’animo del volgo, sono portati ad accettarlo e ad approvarlo nelle parole e a negarlo negli atti, procurando di coprire la contraddizione con sofismi, con lustre e con espedienti oratori di varia forma”, e quindi riteneva anzitutto necessario che “il volgo cessi di essere volgo”, assegnando così un ruolo fondamentale all’educazione e alla cultura. E ancora, con considerazioni molto realistiche, in “L’onestà politica” precisava: “un’altra manifestazione della volgare intelligenza circa le cose della politica è la petulante richiesta che si fa dell’«onestà» nella vita politica. L’ideale che canta nell’anima di tutti gli imbecilli e prende forma nelle non cantate prose delle loro invettive e declamazioni e utopie, è quello di una sorta d’areopago, composto di onest’uomini, ai quali dovrebbero affidarsi gli affari del proprio paese. […] È strano […] che […] quando si tratti di curare i propri malanni o sottoporsi a una operazione chirurgica […] tutti chiedono e cercano e si procurano medici e chirurgi, onesti o disonesti che siano, purché abili in medicina e chirurgia forniti di occhio clinico e di abilità operatoria, nelle cose della politica si chiedano, invece, non uomini politici, ma onest’uomini […] L’onesta politica non è altro che la capacità politica […]”. E ancora: “Che la politica segua legge sua propria, diversa dalla legge morale, è verità ricevuta sovente con ritrosia, e come di mala voglia; ma che la morale possa giovarsi della politica per conseguire i fini che si viene proponendo, si consente.”

Appare evidente che ci troviamo oggi a dover fronteggiare problemi in parte nuovi che esigono accorti approfondimenti se si vogliono escogitare adeguate soluzioni. Vanno riesaminate le finalità della politica per perseguire un bene comune al quale andrebbero attribuite connotazioni etiche, diffondendo una nuova cultura della qualità da interpretare appunto come espressione dell’etica.

Ma si dovrebbe allora attuare un preliminare processo di educazione dei cittadini affinché imparino a mitigare la diffusa ignoranza della stupidità evocata da Carlo Cipolla, considerando etica e legalità come qualità meritorie in grado di meglio garantire la loro condizione di utilizzatori finali del bene comune, rispetto al quale dovrebbero quindi svolgere anche un controllo di merito qualitativo e perciò anche etico. Sarebbe pertanto necessario inculcare in loro il concetto manageriale del «keep it simple», promuovendo e realizzando come prioritaria la semplificazione delle leggi e dell’apparato burocratico. Il qual fatto certamente avrebbe effetti positivi riguardo la corruzione di Stato. Una maggiore attenzione andrebbe poi posta sulle finalità e sui risultati da conseguire, utilizzando i mezzi più adeguati secondo il classico insegnamento di Machiavelli su «il fine giustifica i mezzi» o, secondo Carlo Nordio, “seguendo l’insegnamento di Bernard Mandeville che le nostre dissolutezze non vanno combattute, ma vanno tassate. E che i vizi privati non possono essere corretti, possono almeno esser convertiti in pubbliche utilità”.

Tutto ciò implicherebbe comunque un ritorno a un contatto più diretto fra potere politico e popolazione (Secondo Croce «volgo»), così come avvenne agli albori del Rinascimento quando proprio in Italia nacquero comuni e signorie destinate al successo in tutto il mondo allora conosciuto. In proposito, l’economista Marco Vitale ha avuto occasione di ricordare che “Prezzolini nel suo libro importantissimo, The Legacy of Italy, ha chiarito che la civiltà italiana nasce proprio dai comuni e, contrariamente a quanto pensavano gli umanisti, è una civiltà nuova che nasce dal rimescolamento europeo dei «secoli bui».”
Secoli bui che potranno essere sconfitti da una cultura intesa anche come fattore etico e di «bene comune», attuandone la diffusione capillare come accadde con il movimento illuministico della ragione, che trovò in Denis Diderot il suo massimo esponente e convinto assertore della cultura come essenziale strumento di civiltà e di libertà. Rivolgendosi a Caterina II, imperatrice di tutte le Russie, il filosofo francese così ammoniva: “Istruire una nazione significa civilizzarla; estinguerne le conoscenze significa ricondurla a un primitivo stato di barbarie […] L’Italia fu barbara; istruendosi divenne fiorente; allorquando le arti e le scienze ne vennero allontanate, cos’è diventata? Barbara. […] L’ignoranza è il retaggio dello schiavo e del selvaggio. L’istruzione dà all’individuo dignità e lo schiavo non tarda a percepire di non essere nato servo.”
Parole che suonano ancora oggi come un monito attualissimo per un paese che sembra dibattersi fra l’oscurità di un nuovo Medioevo e gli intrighi tipici delle corti barocche. 

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