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Autonomia differenziata? Sud impoverito e spopolato

Se dovesse passare l'autonomia differenziata pretesa da Veneto, Lombardia ed Emilia, la Puglia, come le altre regioni del Sud, perderebbe fra uno e due miliardi di euro l’anno per la sanità

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Facciamo un po’ di conti. Facciamoli nel caso dovesse passare l’<autonomia differenziata> pretesa da Veneto, Lombardia ed Emilia. La Puglia, come le altre regioni del Sud, perderebbe fra uno e due miliardi di euro l’anno per la sanità. Quella sanità per la quale la stessa Puglia già ora (grazie sempre al federalismo) riceve dallo Stato 800 milioni in meno dell’Emilia, pur a parità di popolazione. Ma loro avrebbero più anziani, ancorché più ricchi di quelli pugliesi. Così aumentano i ricoveri di pazienti meridionali in ospedali del Nord. E più aumentano, più si accentua il divario in posti letto e attrezzature ai danni del Sud.

Ormai sappiamo cosa è questa <autonomia differenziata>. Il Veneto in prima fila vuole gestire da sé tutti i 23 servizi finora gestiti in condominio con lo Stato. Ma per farlo non vuole solo ciò che lo Stato già spende per quei servizi, una semplice partita di giro. Ma vuole tenersi anche quelli che definisce i <suoi> soldi. Trattenere sul suo territorio i nove decimi delle tasse pagate dai suoi cittadini, come le pagano tutti i cittadini italiani. E trattenerli in base al principio che i ricchi hanno più bisogni e più diritti: esempio, di essere curati meglio e di vivere più a lungo. E con una sanità pubblica, non una privata per la quale ciascuno può spendere ciò che vuole.

Ora lasciamo stare l’egoismo. E lasciamo stare che in un Paese unito non è che ciascuno può fare ciò che gli pare. Altrimenti il Veneto se ne vada pure dall’Italia, e amen. E’ come se un ricco pugliese o lucano dicesse: io pago le tasse, ma me le trattengo per me. Il fatto è che quei soldi non sono i <loro>. Non sono tasse locali che si spendono dove si pagano, esempio la Tari per i rifiuti. Sono tasse nazionali, come Irpef, Ires e Iva. Che sono pagate dai singoli e non dai territori. E che lo Stato spende in ogni altra regione per servizi che non dovrebbero essere differenti da un posto all’altro, altrimenti l’Italia non sarebbe un Paese ma una barzelletta.
Il Veneto dice: quei soldi sono il nostro <residuo fiscale>, cioè la differenza fra quanto paghiamo in tasse e quanto riceviamo dallo Stato. Ma già quanto ricevono dallo Stato è ben superiore a quanto riceve il Sud, altrimenti il Sud non starebbe nelle note condizioni. Lo Stato spende per ogni cittadino meridionale meno di quanto spende per ogni cittadino centrosettentrionale: si va dai 18.265 euro pro-capite in Valle d’Aosta ai 10.081 in Campania. E già questo dovrebbe spazzare via ogni pretesa di pretendere ancòra più.

Ma c’è altro. Il Veneto quella ricchezza se la è fatta non solo per un merito da riconoscere. Ma anche perché fa parte di un Paese in cui il Sud crea il 14 per cento della ricchezza del Nord acquistandone i prodotti, veneti compresi. In cui il Sud arricchisce il Nord col suo risparmio investito soprattutto nell’economia del Nord. Ancòra: le aziende venete che fanno profitti al Sud pagano le tasse in Veneto dove hanno la sede legale, ciò che fa aumentare impropriamente il <residuo fiscale> veneto. I giovani che emigrano regalano al Nord la loro formazione pagata dal Sud e contribuiscono al reddito del Nord (un giorno o l’altro bisognerà calcolarlo, questo <reddito indotto> creato da meridionali e attribuito al Nord).

Ma il danno dell’<autonomia differenziata> che scippa risorse al resto del Paese, per il Sud non riguarderebbe solo la sanità. Con la tassazione nazionale lo Stato provvede anche a un compito previsto dalla Costituzione: la coesione del Paese, cioè copre parzialmente una situazione di divario senza pari in Europa (e frutto proprio del diverso trattamento sempre avuto dal Sud). Con la tassazione nazionale lo Stato finanzia il Fondo di perequazione, già ora coperto solo al 50 per cento (e che non riguarda solo il Sud). Per la Puglia sono altri 3,7 miliardi l’anno, che sarebbero a rischio come il paio di miliardi della sanità.
Ma chissà se il Sud si rende conto del pericolo, viste le morbide reazioni finora a quanto sta per succedere (15 gennaio prossima tappa). Pericolo se prima non saranno approvati i cosiddetti Lep, il minimo di servizi da avere (dato che oggi al Sud sono tutti al disotto). Se non ci sarà prima l’adeguamento infrastrutturale, dato che oggi il Sud ha il 40 per cento in meno di treni, strade, porti, aeroporti. Ma, sorpresa, anche tutte le Regioni del Sud stanno chiedendo l’autonomia, in un festoso ultimo ballo del Titanic. E chissà se consapevoli della trappola nascosta di questa autonomia pur legittima: i soldi che Veneto e compagni vogliono trattenere, sottraendoli agli altri.

Quei soldi sarebbero tolti al Sud per il quale non sono assistenza ma un diritto fin qui violato: quello di essere finalmente trattato come gli altri. La pur meritevole Puglia deve chiedersi se potrebbe consentirsi di vivere con cinque miliardi in meno all’anno senza rischiare la povertà e di vedersi spopolare dei suoi figli.

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