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Informazione assediata democrazia a rischio

Nessuno immagina evidentemente che in un Paese come l’Italia contemporanea possa instaurarsi una classica dittatura, con uno Stato di polizia, i manganelli o i carri armati

stampa

Sono lacrime di Caimano quelle che versa Silvio Berlusconi quando richiama il vicepremier e ministro dell’Interno, Matteo Salvini, alla solidarietà del centrodestra, evocando il rischio imminente di una dittatura e suscitando così l’ironia dell’ex alleato leghista. Un pentimento tardivo da parte dell’anziano leader di Forza Italia che appena pochi mesi fa aveva dato il “via libera” all’accordo tra la Legae il Movimento Cinque Stelle, dopo aver incassato qualche dividendo politico e televisivo: dalla presidenza del Senato a quella della Commissione parlamentare di Vigilanza e a quella della Rai fino ad alcune nomine interne a lui gradite.

Non era stato del resto proprio Berlusconi, prima a rompere il “patto del Nazareno” con Matteo Renzi a causa dell’elezione di Sergio Mattarella alla presidenza della Repubblica; e poi a fomentare il No al referendum costituzionale del 4 dicembre 2016, proposto dall’ex segretario del Partito democratico? È tutta una catena di errori che non depongono chiaramente a favore della lucidità e della lungimiranza dell’ex Cavaliere. E ora non sarà agevole riportare all’ovile, o anche solo a più miti consigli, il leader rampante della nuova Lega.
Può sorridere di commiserazione quanto vuole Salvini, e insieme a lui tutti quelli che sono pronti a saltare sul Carroccio del vincitore, ma l’allarme lanciato da Berlusconi contro la “democrazia illiberale” merita invece un’attenta e seria considerazione. Nessuno immagina evidentemente che in un Paese come l’Italia contemporanea possa instaurarsi una classica dittatura, con uno Stato di polizia, i manganelli o i carri armati. Eppure, la minaccia di una riduzione degli spazi di libertà è reale, da quella d’informazione a quella d’opinione, se è vero che editori e giornalisti si trovano sotto tiro e se un’inerme signora viene fermata dalla polizia per aver gridato “Buffone!” al vicepremier leghista all’ingresso di un convegno. Per arrivare poi alla deriva razzista alimentata dall’intolleranza e dall’odio contro gli immigrati oppure a quella riforma della legittima difesa che rischia di trasformare il nostro Paese in un Far West.

Meglio preoccuparsi prima, fino a che si può evitare il peggio, che correre ai ripari dopo quando ormai è troppo tardi. È anche una questione di parole, di toni e di linguaggio, come ha osservato recentemente l’ex magistrato e scrittore Gianrico Carofiglio in tv. Si tratta di atteggiamenti, cattivi esempi o modelli di comportamento, che possono innescare una spirale perversa anche al di là delle intenzioni e degli obiettivi.
Ai tempi di Renzi, s’era polemizzato a lungo – dentro e fuori il Pd – sull’uomo solo al comando. Oggi, invece, rischiamo di avere solo un uomo al comando: il vicepremier leghista. E indipendentemente dallo spettro di una dittatura più o meno virtuale, non è che la figura di Salvini sia più rassicurante o meno preoccupante di quella dell’ex rottamatore. Tutt’altro.
È pur vero che l’ultimo sondaggio Ixè, commissionato da Huffington Post, registra una prima inversione di tendenza della Lega, con un calo sotto il 30%. E questo è sicuramente un effetto delle tensioni e delle contraddizioni all’interno del governo, come nel caso della riforma della prescrizione che ha diviso i partners giallo-verdi e dei contrasti sulle grandi opere, dalla Tav al Tap. Ma la forza attrattiva di Salvini, alimentata dal suo piglio decisionista e dalla sua immediatezza mediatica, appare tuttora in grado di assorbire una buona parte dei voti di centrodestra a scapito di Forza Italia e anche una quota significativa dei consensi pentastellati, soprattutto sul terreno dell’emergenza immigrazione che resta il cavallo di battaglia della propaganda leghista.

In questa offensiva a tutto campo, Salvini tende a fare incetta di posti e poltrone, dalla Rai all’Istat e all’Agenzia spaziale, con una spinta predatoria che non risponde più neppure alla vecchia logica della lottizzazione. È un’occupazione “manu militari” di fronte alla quale gli stessi Cinquestelle sono costretti spesso a fare buon viso a cattivo gioco, cedendo posizioni di potere che rafforzano la “dittatura virtuale” incarnata dal capo del Carroccio. C’è oggettivamente una carica di aggressività e di violenza, almeno sul piano verbale, nella strategia dell’uomo forte leghista. E questa, nella contesa reciproca per la leadeship del governo, contagia di riflesso gli alleati grillini.

L’attacco indisciriminato di Di Maio e Di Battista agli editori e ai giornalisti ne è la riprova più lampante. Si punta a colpire non tanto le singole persone o le singole aziende, quanto la funzione stessa della libera stampa intesa come esercizio del diritto d’opinione e di critica. Ma i destinatari finali di questa aggressione sono i cittadini lettori che, nonostante l’invadenza della televisione e l’appeal di Internet, continuano a rivolgersi ai giornali – di carta e online – per confrontarsi quotidianamente con la realtà, sul piano delle idee e dei valori. È proprio l’informazione il caposaldo e il presidio di una democrazia liberale: ogni tentativo di indebolirla o di soffocarla non può che favorire il passaggio dalla “dittatura virtuale” a quella effettiva.

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