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La celebrazione del centenario della fine del primo conflitto mondiale si è trasformata in una cerimonia più gelida di una gita al Polo Nord. Da una parte i nazionalisti, dall'altra gli europeisti

Tre proposte gelide verso l'Europa

Avrebbe dovuto essere una festa. Invece, la celebrazione del centenario della fine del primo conflitto mondiale si è trasformata in una cerimonia più gelida di una gita al Polo Nord. Da una parte i nazionalisti, dall’altra gli europeisti. Neppure le esigenze di copione, ossia i sorrisi di circostanza davanti alle telecamere, sono riuscite a nascondere i contrasti tra i due principali mega-partiti trasversali che si contendono la guida delle nazioni e dei continenti. Sovranisti e comunitaristi sono destinati a battersi e a combattersi con forza nei prossimi mesi e forse anche negli anni a venire. Il che potrebbe comportare un ribaltamento continuo della geografia politica di ogni singolo Stato.

Il fenomeno è già in atto, ma le prossime elezioni europee potrebbero rappresentare l’appuntamento clou per il rimescolamento delle vecchie alleanze e per l’avvento di nuove stagioni e aggregazioni.
Se il merito della questione fosse solo di natura tattica o elettoralistica, ci sarebbe poco da preoccuparsi. In fondo, la politica non è che un avvicendamento, un ricambio ininterrotto di élite, commenterebbe il sociologo-economista Vilfredo Pareto (1842-1923). Ma, mai come in questa fase della storia umana, la questione centrale chiama in causa la coesistenza tra gli Stati, la loro organizzazione, la loro idea di futuro. La battaglia tra indipendentisti e interdipendentisti potrebbe rivelarsi assai più aspra e drammatica di quanto appaia tuttora. Con conseguenze laceranti tutte da verificare e, speriamo, da schivare.
I sovranisti, cioè gli aedi della «società chiusa», dell’autarchia a tutto spiano, accolgono ogni apertura, ogni novità, con la tipica diffidenza dei conservatori tolemaici di fronte a una spettacolare scoperta astronomica. Gli anti-sovranisti, invece, tifano per la «società aperta» e non hanno alcuna remora a dire sì a ogni sfida della società post-industriale, scientifica e tecnologica.
Il derby tra aperturisti e autarchici si sta disputando da tempo anche in Italia. È in vantaggio il fronte sovranista che è riuscito a calamitare gli elettori su un paio di idee portanti, idee di robusta presa sull’opinione pubblica: il reddito di cittadinanza (Luigi Di Maio), la sicurezza personale (Matteo Salvini). Le formazioni europeiste (Pd e Forza Italia) non riescono a contrapporre una prospettiva o uno slogan altrettanto efficaci e seducenti, anche perché entrambe concentrate su rivalità interne, dissapori per la leadership, calcoli individuali.

Cosicché può succedere che sia la società civile a colmare le loro lacune, dal momento che gli eletti passano, ma gli elettorati restano. Prima o poi qualcuno s’incaricherà di dare una risposta e una rappresentanza politica a una domanda improvvisamente inevasa o sottostimata.
Era accaduto qualche settimana fa a Roma, con la protesta contro l’immobilismo amministrativo attribuito alla sindaca Virginia Raggi. È accaduto l’altro giorno a Torino con la manifestazione pro Tav contro la sindaca Chiara Appendino.
Un uno-due protestatario accomunato da un dato: il quasi esclusivo protagonismo femminile, un’iniziativa muliebre per altro assai attiva proprio sulla Rete, ossia sul terreno finora ritenuto più congeniale ai fautori della cultura del No e della società chiusa.

Il ruolo primario delle donne è forse l’elemento chiave dei temi caldi del momento: il contrasto tra Sì e No agli insediamenti tecno-energetici; il confronto tra Europa e piccole patrie; lo scontro tra globalismo e nazionalismo. Roma e Torino, due capitali, sono i paradigmi di questi nuovi conflitti.

Oggi, lo abbiamo già ricordato, si trova in vantaggio il fronte della conservazione, di coloro che vedono nella globalizzazione una sorta di evoluzione demoniaca del vivere collettivo. Ma la partita è ancora aperta, perché il risultato finale non è mai scontato. L’inatteso è sempre dietro l’angolo, così come è capitato alla Juve nella sfida con il Manchester United di Josè Mourinho. I bianconeri stavano dominando in ogni punto del campo. Poi negli ultimi cinque minuti sono naufragati.
Oggi le donne appaiono più degli uomini come il baluardo della «società aperta», dell’Europa, delle nuove frontiere della scienza. Viceversa, gli uomini - che da sempre monopolizzano il potere - appaiono come i custodi della «società chiusa», che teme il nuovo più della peste. Sì, forse questa schematizzazione di genere può sembrare eccessiva e, per certi versi, lo è. Ma è indubbio che le speranze, i fermenti nuovi si colgono più nell’universo femminile che nel recinto maschile.
Anche la libertà di ricerca, che costituisce la premessa di ogni meta culturale, vede le donne in prima fila, basti pensare alla figura di Elena Cattaneo, scienziata stra-impegnata nella lotta all’oscurantismo. Basti pensare dai danni che ha già prodotto il tam tam anti-vaccini (il caso morbillo nel Barese è l’ultimo esempio) nella lotta a certe malattie diffusive.
Forse verrà capitanata da una donna l’offensiva contro il rischio di Medioevo prossimo venturo. Speriamo che ciò si verifichi in tempi brevi. Gli spazi vuoti, anche in politica, vanno riempiti senza indugi. Ma solo la concretezza muliebre sarebbe in grado di accelerare il cammino e di offrire soluzioni convincenti.

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