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Lo stato di emergenza non è solo, in questo momento, la necessità primaria e indifferibile del paese, ma una sorta di vasto partito in cui militano variegate e molteplici componenti e istanze, ciascuna orientata a fini diversi

esercitazione protezione civile

Lo stato di emergenza non è solo, in questo momento, la necessità primaria e indifferibile del paese, ma una sorta di vasto partito in cui militano variegate e molteplici componenti e istanze, ciascuna orientata a fini diversi. Ne fanno parte infatti quanti, a vario titolo, sono chiamati a recitare da protagonisti della più drammatica narrazione italiana dei nostri giorni.

Ossia la distruzione del patrimonio naturale, il collasso dell’equilibrio idro-geologico. Una narrazione in cui si intrecciano e si rinforzano più concause: mutamenti ambientali, eventi traumatici come terremoti e alluvioni, il lento ma ormai percettibile degrado, l’incuria dell’uomo. Rischia di sovrastare ogni altro evento.

Immaginiamo una casa dalle fondamenta incerte, in cui, mentre stai decidendo come governarla al meglio, sei sopraffatto da una improvvisa tempesta. Ebbene, in quel momento, non puoi certo smettere di discutere dei mutamenti e delle migliorie in corso, di come ristrutturare una camera o spostare un mobile, ma devi al contempo e subito preoccuparti di mettere al riparo l’abitazione dalla violenza degli elementi. Se non lo fai subito, rischi di perdere la tua vita, di pregiudicare la struttura stessa e di inficiare ogni futuro del manufatto.

Lo stato di emergenza chiama in causa in primo luogo i cittadini, vittime del dissesto, spesso inermi protagonisti della più esiziale e stupida delle fini. In questi momenti la messa in sicurezza della vita diventa il più essenziale dei beni e delle garanzie cui si può aspirare. Bisogna mutare allo stesso tempo stili di vita.
Lo stato di emergenza poi convoca quanti, dai ruoli più tecnici a quelli più civili, sono chiamati a porre mano e a intervenire sul teatro delle distruzioni: eroi silenziosi e tenaci quali le intelligenze che hanno illustrato la valentia ingegneristica e architettonica italiana nel mondo, oppure la platea ancora più vasta e anonima di forze dell’ordine, volontari, addetti alla protezione, in queste settimane costantemente sotto pressione in ogni angolo del paese.
Un universo di soggetti che vorremmo abbandonino ogni inerziale culto del proprio particolare per approdare a una visione la più collettiva e condivisa, soggetti dalla cui alleanza dobbiamo invocare una svolta nella storia del paese. Perché l’urgenza di rimediare si elevi alla necessità di ricostruire, perché gli interventi tampone e provvisori si traducano nella progettazione di una nuova rete infrastrutturale per il paese. Perché la salvaguardia del suolo, per ricordare l’editoriale del direttore De Tomaso sulla “Gazzetta” del 4 novembre, sia “la madre di tutte le battaglie (dello Stato) per garantire sicurezza ai propri cittadini”.

La sciagura e il dolore devono diventare l’occasione per un diverso e lungimirante sguardo sull’Italia che verrà, e non alimentino invece, come abbiamo visto nel passato, la mala economia delle infiltrazioni mafiose o una industria delle tragedie, che a più riprese ha speculato per edificare cinicamente le sue fortune sul dolore degli indifesi.

Solo qualche settimana fa, i 55 anni dalla tragedia del Vajont avevano spinto il presidente Mattarella a parole durissime: “Il disastro… sollecita un’assunzione di responsabilità, anzitutto delle istituzioni a tutti i livelli, della società civile, di scienziati e tecnici, del mondo degli operatori industriali affinché gli standard di sicurezza siano sempre garantiti in ogni opera pubblica al massimo livello e l’equilibrio ambientale venga ovunque assicurato, a tutela della vita dei cittadini e delle comunità.” E l’ammonimento continuava: “La sicurezza del territorio, la sicurezza delle opere pubbliche, la sicurezza sui luoghi di lavoro e di studio, è parte integrante dei diritti della persona: le garanzie, i controlli, la vigilanza sono inderogabili e costituiscono un fattore rilevante della qualità della vita, della sostenibilità dello sviluppo e della stessa serenità di ogni consorzio umano.”

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