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La rivolta popolare in Salento contro i Cinquestelle per il “via libera” al TAP, il gasdotto trans-adriatico che dal Mar Caspio attraverserà la Grecia e l’Albania per approdare sulla costa pugliese, non è soltanto un caso politico ed elettorale.

no tap

La rivolta popolare in Salento contro i Cinquestelle per il “via libera” al TAP, il gasdotto trans-adriatico che dal Mar Caspio attraverserà la Grecia e l’Albania per approdare sulla costa pugliese, non è soltanto un caso politico ed elettorale. È anche una nemesi storica che si consuma nei loro confronti, com’è già accaduto in passato nei confronti della sinistra radicale o massimalista e più in generale delle forze antagoniste. Non per nulla la contestazione tende a risalire la Penisola, estendendosi a Roma contro il cattivo governo della sindaca Virginia Raggi; alla Liguria con gli operai del Terzo Valico (l’alta velocità Genova-Milano) che protestano contro la chiusura del cantiere. E rivendicano il diritto al lavoro piuttosto che il “reddito di cittadinanza”; fino alla TAV in Piemonte, la nuova linea ferroviaria che dovrebbe collegare l’Italia e la Francia. E qui, staremo a vedere che cosa deciderà il governo giallo-verde di fronte al rischio delle penali da pagare, 20 miliardi di euro, in caso di interruzione dei lavori.

Marco Travaglio, direttore del Fatto Quotidiano, ha recentemente definito “infantile e inadeguato” l’atteggiamento del vicepremier Di Maio verso il presidente della Bce Mario Draghi per i suoi avvertimenti sui pericoli della manovra economica. Infantile e inadeguato, potremmo ripetere anche nel caso del TAP. Quando il capo politico del M5S denuncia di non essere stato informato delle fantomatiche “penali”, per giustificare la retromarcia sul progetto e rimangiarsi così le promesse elettorali, commette infatti un doppio errore: da una parte, rivela implicitamente di non essersi documentato prima di parlare e di prendere impegni; dall’altra, ammette di non sapere neppure che avrebbe dovuto farlo, senza aspettare che chissà chi si preoccupasse di metterlo al corrente. Ed è una classica toppa peggiore del buco quella del premier Giuseppe Conte che cerca di correre in suo aiuto, precisando che non si tratta di penali bensì di “pretese risarcitorie”: a maggior ragione, allora, un leader politico avrebbe dovuto saperlo.

Ma, al di là della vicenda specifica, da tutta questa catena di promesse tradite e impegni non mantenuti emerge evidentemente un dato di fondo: e cioè che è facile criticare e contestare dalla sponda dell’opposizione, ma è molto più difficile proporre e costruire dai banchi del governo. È la nemesi storica di tutta la sinistra radicale o massimalista, la vendetta della Storia nei confronti delle forze populiste e antagoniste. Quando si passa dalla “rivoluzione annunciata” alla realpolitik delle scelte concrete, il rischio è sempre quello di deludere la propria base e di perdere il consenso guadagnato in campagna elettorale.
La verità è che non si governa una società complessa come la nostra con i sogni e con gli slogan. Né tantomeno si governa il “cambiamento” in direzione del progresso e del benessere dei cittadini. Quella della “decrescita felice” è una chimera che può anche essere coltivata a livello individuale, magari con la “fuga dalla città” e la scelta personale di una vita alternativa. Ma non è un “modello di sviluppo” economico e sociale applicabile all’intera collettività e praticabile nel mondo del mercato globale.
Alla ricerca dell’utopia e dell’uguaglianza assoluta, questo è lo stesso errore compiuto dal comunismo a prezzo della libertà e della democrazia, come dimostrano – per esempio - le esperienze dell’ex Unione Sovietica e della Cina. Non a caso in Italia e in tutto l’Occidente si confrontano da sempre due sinistre: quella riformista e quella radicale, quella progressista e quella massimalista. Una, discendente dalla tradizione culturale e politica del socialismo democratico; l’altra, erede della “Rivoluzione d’Ottobre”, dell’ideologia comunista e purtroppo anche della sua prassi di governo, spesso illiberale e autoritaria, degenerata troppe volte nel corso della storia in uno Stato di regime.
A questo punto, però, il discorso s’incrocia necessariamente con l’ambientalismo, sottoposto anch’esso alle tentazioni dell’estremismo e del fondamentalismo. La difesa della natura e della salute collettiva, la lotta all’inquinamento, l’impegno contro il riscaldamento globale, sono tutte priorità che riguardano la sopravvivenza del genere umano e in quanto tali rappresentano quindi un dovere anche nei confronti delle generazioni future. Ma chi ritiene da sempre che l’Ambiente sia nello stesso tempo il motore e il regolatore di uno “sviluppo sostenibile” non può rinunciare all’idea che anche l’ambientalismo dev’essere sostenibile, cioè compatibile con la crescita e la prosperità della popolazione.
La difficoltà - come nel progetto del TAP, già approvato dal precedente ministero dell’Ambiente e convalidato dalla Corte costituzionale - sta proprio nel cercare e magari trovare un punto di equilibrio fra la tutela ambientale e la valenza economica: se è ancora ipotizzabile che il gasdotto sbarchi un po’ più a sud senza danneggiare il paesaggio, come sostiene il governatore pugliese Michele Emiliano, è giusto verificare e accertare fino in fondo la praticabilità di un’altra soluzione con il minor impatto possibile. Altrimenti, penali o risarcimenti a parte, non si può bloccare un’opera infrastrutturale strategica che riduce il fabbisogno energetico dell’Italia e interessa tutta l’Europa. Una moderna sinistra di governo, qui come altrove, è chiamata a misurarsi con la concretezza e con la realtà, piuttosto che dispensare false promesse e facili illusioni.

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