Martedì 20 Novembre 2018 | 23:32

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La società aperta chiede energia per contrastare la società chiusa

«Si chiama «società aperta» questa condizione dell’uomo, raggiunta dopo mille sacrifici e spargimenti di sangue. Si chiama religione del dubbio, contrapposta alla politica dei dogmi e delle dottrine assolutistiche»

Gasdotto, in una lettera a Tap l’ipotesi approdo alternativo

L’economia è una scienza triste non solo perché si occupa della scarsità di beni e servizi rispetto alle aspettative crescenti del genere umano, ma anche o soprattutto perché molti suoi esegeti non vogliono fare i conti con la dura legge della realtà. E la realtà oggi riferisce che azioni e obbligazioni si stanno deprezzando in tandem, fatto davvero inusuale nella storia della finanza, caratterizzata spesso da salite azionarie e discese obbligazionarie (o viceversa), ma mai da cedimenti simultanei. Segno che il tasso di fiducia tra gli investitori è pari alle speranze dei tifosi del Chievo di restare in serie A. E quando viene meno la fiducia, che, più degli stessi quattrini, costituisce il principale propellente dell’economia, c’è poco da stare allegri. Dietro la porta potrebbe esserci il precipizio, non esclusa una bolla globale provocata dalle reazioni a catena tra sistemi interdipendenti.
Le cronache di questi giorni narrano di flussi di capitali già sbarcati dall’Italia su lidi stranieri più affidabili, e di altri fiumi di denari pronti a formarsi sempre con il medesimo obiettivo: offrire altrove un ricovero più sicuro ai risparmi made in Italy.

Non è fantapolitica, o fantaeconomia. È un fenomeno già in atto, che potrebbe assumere proporzioni alluvionali se verranno messi in forse i capisaldi degli ultimi decenni: l’Europa, l’euro e l’autorità monetaria di Francoforte. E siccome in politica e in economia le parole sono pietre, il continuo tiro al bersaglio contro le istituzioni comunitarie del Vecchio Continente potrebbe ingrossare vieppiù quelle ondate di panico che scaturiscono da una gestione poco rigorosa delle risorse pubbliche. A meno che il retropensiero non sia proprio quello: esasperare il clima di scontro all’interno dell’Unione per rendere inevitabile la rottura finale (di Europa ed euro) in nome del sovranismo e del nazionalismo. Ignorare la realtà, pretendere che i fatti, che solitamente hanno la testa dura, si allineino alle aspirazioni e alle ambizioni dei singoli, può giocare brutti scherzi. Un tempo si pretendeva che i fatti si piegassero alle ideologie. Sembrava che il tramonto delle ideologie avrebbe rasserenato il clima politico. Invece, il fattore ideologia, cacciato dalla porta, è rientrato dalla finestra. Oggi è il mix tra nazionalismo e cospirazionismo, tra anti-europeismo e nativismo, il nuovo mantra dilagante. Si trascura una verità luminosa come una stella: l’interconnessione non è solo telematica, digitale, riguarda tutti gli aspetti dell’esistenza di Stati, individui e imprese.

Si chiama «società aperta» questa condizione dell’uomo, raggiunta dopo mille sacrifìci e spargimenti di sangue. Si chiama religione del dubbio, contrapposta alla politica dei dogmi e delle dottrine assolutistiche.
Ma i nemici della «società aperta» non hanno mai desposto le armi, nonostante i progressi e i benefìci per l’umanità assicurati dall’affermazione della civiltà liberale. Il richiamo della foresta, l’eco delle piccole patrie, è ritornato alla grande tra i nostalgici dell’età feudale, tra i cantori degli Stati-nazione. Di conseguenza, la prospettiva di una rivincita da parte della «società chiusa» oggi è assai più incombente di ieri.

Ma ci conviene? È sufficiente rileggere qualche libro di storia per ottenere risposta: non ci conviene. Non possiamo puntare le fiches sull’orgoglio nazionalistico, che è la parodia, la rappresentazione tragica del sentimento patriottico. Né sarebbe saggio isolarsi a casa propria alzando le inferriate per chiunque voglia entrare. Né sarebbe giudizioso sconfessare impegni e accordi sottoscritti in una logica di reciproco scambio, che poi significa vicendevole arricchimento.
Ne hanno preso atto anche i governanti grillini che, di fronte alla regolarità del progetto Tap, hanno dato il via libera alla costruzione del gasdotto. La realizzazione di questa infrastruttura energetica rientra nei confini sconfinati della «società aperta». Viceversa, lo stop al cantiere è figlio di una sorta di paura mistica, come quella provata da milioni di persone alla vigilia dell’Anno Mille. L’energia non è la fine del mondo, semmai l’inizio del mondo. Un Paese senza energia è una «società chiusa» per autocostruzione, autocostrizione e autocastrazione. Ed è paradossalmente un Paese dalla sovranità in bilico, perché un conto è ricevere energia da un solo venditore, un conto è poter comprare energia da più venditori. Di sicuro si sta più comodi e tranquilli in quest’ultima sitazione.

Certo, il caso Tap poteva essere gestito meglio, all’inizio. Si poteva, ad esempio, imitare la linea di condotta degli antichi romani che, quando realizzavano un’opera suscettibile di deprezzare i beni dei residenti, provvedevano a ristorare direttamente i singoli danneggiati, piuttosto che le istituzioni di loro rappresentanza. Se la costruzione di una diga rendeva invendibili le case circostanti, il governo di Roma risarciva in contanti i legittimi proprietari. Nell’antichità il concetto di mercato non era codificato in libri o dispense, ma era ben presente nella testa di amministratori e amministrati. In soldoni: se il mercato provoca problemi e scatena ribellioni, dev’essere lo stesso mercato a risolverli. Rimborsando in toto tutti i penalizzati, così come avviene quando il contenzioso scoppia tra i privati. Se fosse stato intrapreso questo percorso semplice e pragmatico, probabilmente le proteste contro il gasdotto sarebbero scese di volume e di intensità.

Ciò detto, una «società aperta» non sbarra i confini alle persone, alle merci, all’energia. E soprattutto, una «società aperta» rispetta i patti, senza evocare la solita triade di poteri forti in campo, di speculatori in agguato e di registi occulti in azione. Lo scambio pacifico di idee, di opinioni, di prodotti, di servizi è da sempre la condizione naturale dell’umanità. Le guerre, le tragedie, le carestie, le crisi epocali sono dipese, solitamente, dall’interruzione traumatica delle fasi di «società aperta» e dal ritorno bandanzoso delle formule di «società chiusa».

Tutto si tiene. Tutto è interconnesso e interdipendente nel mondo. Anche il no al gasdotto contribuiva allo sconcerto dei mercati nei confronti dell’Italia. Ora la mina gasdotto appare dininnescata, ma bisogna fare altrettanto su altre micce ad altissima pericolosità, che ci porterebbero a patire i dolori e le privazioni di una «società chiusa». 

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