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Piante tropicali nel Salento? No

La proposta d’introdurre in coltura specie fruttifere tropicali, per ricostituire ambiente e agricoltura del Salento devastato da Xylella

ulivi colpiti da xylella

La Gazzetta del Mezzogiorno di mercoledì 26 settembre 2018, a pagina 8, riporta la proposta d’introdurre in coltura specie fruttifere tropicali, per ricostituire ambiente e agricoltura del Salento devastato da Xylella. La proposta ha un precedente, sfuggito al proponente forse perché all’epoca troppo giovane: alla metà degli anni ’80,‏ Michele Bellomo e Paolo Perulli, rispettivamente assessore e coordinatore all’agricoltura, insieme con Massimo Bartolelli, ‎economista dell‎'‎Università di Bari prospettarono la possibilità, ben documentata e meglio presentata, di innovare la frutticoltura pugliese con l’‎introduzione di colture che allora furono definite “‎alternative‎" o “esotiche”.

La storia - Quella proposta prevedeva la messa in coltura in Puglia di specie arboree da frutto che sarebbe stato meglio definire, con termine più appropriato, “tropicali”. Nonostante l’autorevolezza dei proponenti, il piano si risolse ‎in un totale fallimento. Nel presentare l’ambizioso programma sul Notiziario Agricolo Regionale, organo dell’Assessorato, l’assessore Bellomo scrisse d’essere tanto sicuro della bontà dell’idea da ritenere una perdita di tempo fare precedere l’introduzione delle colture proposte da una lunga e inutile ‎‏sperimentazione sulla loro adattabilità al clima della Puglia.

A proposito di clima, ricordo che quello adatto per le specie di cui stiamo scrivendo è il clima tropicale, definito da Köppen e Geiger come quello presente nella fascia del globo terraqueo compresa tra ‎l’equatore e i tropici del cancro e del capricorno, cioè tra 0° e 23° di ‎latitudine sud e nord. In quella fascia, in tutti i mesi dell’anno la ‎temperatura media non è mai inferiore a 18°C con distribuzione delle abbondanti piogge annue (circa tre volte le nostre) in modo più o meno uniforme. Il clima ‎tropicale si ‎caratterizza cioè per il regime delle piogge, l’elevata umidità e la costanza delle ore di luce/giorno. Caratteristiche del nostro clima sono invece il succedersi delle ‎stagioni ‎‎(calda, intermedia, fredda) con diversa lunghezza delle ore di luce/giorno e scarse precipitazioni, concentrate tra autunno e inverno. Come risultato dell’adattamento delle specie all’ambiente, tutti i fruttiferi tropicali sono molto sensibili ad abbassamenti termici invernali tanto che alcuni possono essere uccisi da temperature non necessariamente sotto zero, ma comprese tra 0 e 8 gradi centigradi. La Puglia, geograficamente compresa tra 41,5° e 39,7° di latitudine Nord si colloca perciò al di fuori della fascia tropicale e fa parte di quella chiamata, sempre da Köppen e Geiger, fascia del clima umido subtropicale, che si estende tra 30° e 50° di latitudine Nord e Sud: mancano le abbondanti precipitazioni, gli elevati tassi di umidità relativa e la costanza termica. È vero che da noi gli inverni sono in genere‎ miti, ma non si possono escludere minime termiche al di sotto dello zero. Anche in Salento. Ma che importa, potrebbe dire qualcuno, alle carenze di acqua e temperatura si può porre rimedio con maggiori disponibilità irrigue e con la protezione delle colture con serre riscaldate. Tutti accorgimenti che, soprattutto le serre, fanno salire i costi di produzione e alterano il paesaggio. C’è poi da tenere conto dell’altezza che raggiungono alberi adulti di mango, litci e papaya per cui i costi per realizzazione e funzionamento di adeguate protezioni diventerebbero esorbitanti.

All’epoca della prima proposta, solo una specie godette di effimero successo, in particolare in provincia di Bari: il babaco, novità frutticola assoluta. La diffusione del babaco fu dovuta a una reclamizzazione molto lusinghiera e a una assai accattivante proposta. Ne furono esaltate l’eccezionale precocità di entrata in produzione, le straordinarie produzioni per ettaro e le ottime prospettive di mercato dei frutti della specie di cui veniva assicurato il ritiro a prezzi mirabolanti. Precocità e produttività furono confermate, ma ci si accorse anche che per consentire al babaco di sopravvivere e produrre si doveva ricorrere a serre riscaldate, cosa che alcuni imprenditori fecero, facendo salire i costi di produzione. Il brutto venne quando quelli che avevano assicurato il ritiro della produzione si dettero alla “latitanza” e i tentativi dei singoli di collocare il prodotto sul mercato si risolsero in un totale fallimento per le scadenti caratteristiche organolettiche dei frutti. Nel volgere di un triennio, il fenomeno babaco era bello e finito.

Dunque, a distanza di poco più di trenta anni, l’idea ‎‏d‎'‎introdurre specie tropicali ‎fa di nuovo capolino. Questa volta il punto di partenza ha un nobile ‎intento: quello di concorrere alla ricostituzione dell’ambiente e dell’agricoltura del ‎‏Salento. Il breve articolo non si diffonde in particolari, ma il succo deve essere sempre lo stesso: quello della ripetizione acritica della prima proposta. È utile perciò ripetere che non sono soltanto le temperature minime invernali che devono preoccupare, ma anche quelle primaverili e estive coincidenti, insieme con bassi livelli di umidità relativa, coi complessi fenomeni fisiologici e biologici di quelle specie, come, ad esempio, formazione di gemme fiorifere e di fiori, impollinazione, fecondazione, accrescimento, maturazione e qualità dei frutti maturi.

Ripeto oggi quello che dissi oltre trenta anni fa e cioè che, secondo il mio pensiero, i problemi dell’arboricoltura ‎pugliese avrebbero potuto trovare soluzione più che in colture alternative, in un ‎modo alternativo di coltivare quelle tradizionali. Mi si potrà obiettare che esempi della presenza di specie tropicali in Italia non mancano e sono concentrati soprattutto in Sicilia. All’obiezione io rispondo che: 1) la presenza di esemplari di specie tropicali in Sicilia si spiega col fatto che quella splendida isola si estende tra i 38,6°N di Messina ai 36,4°N di Capo Passero (Ragusa) e quindi a latitudini più basse di quelle (41,5° e 39,7°) della Puglia; 2) una cosa è parlare di presenza di specie tropicali, altra cosa è parlare della loro coltivazione su larga scala.

Resistenti alla xylella? - Si trattasse solo di temperatura invernale, ai sostenitori dell’introduzione di specie tropicali in Salento direi di non disperare, ma di avere la pazienza e attendere che il riscaldamento globale abbia assunto fisionomia tanto chiara e irreversibile da consentire la diffusione di mango, papaya, litci ecc. Purtroppo non è possibile ridurre le esigenze di quei fruttiferi al solo soddisfacimento delle esigenze termiche, ignorando l’importanza, ad esempio, del fotoperiodo e dell’umidità relativa. Un’ultima cosa: siamo sicuri che le specie tropicali che s’intenderebbero introdurre siano tutte resistenti a Xylella?

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