Lunedì 10 Dicembre 2018 | 11:58

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Il corto circuito tra politica ed economia

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Il corto circuito tra politica ed economia

La politica italiana ci ha abituato, specie di questi tempi, a continui colpi di scena. È come una lunga e intricata trama narrativa all’interno della quale ciascuno recita il ruolo che è più utile alla sopravvivenza della propria sceneggiatura. Ci sono gli urlatori, i provocatori, i destabilizzatori, ma anche i responsabili e i realisti. Ci sono i predestinati alla vittoria, quelli condannati alla sconfitta e quelli che non sanno far altro che galleggiare. Talvolta capita che si passi da un ruolo all’altro con la velocità della luce o che si provi a tenere insieme, contemporaneamente, più sfumature identitarie. Il gioco delle interpretazioni si fa in questo caso più difficile, ma anche più interessante, almeno per noi analisti. Pensiamo, a titolo esemplificativo, all’intreccio tra politica ed economia.

Come è noto, entro giovedì sarà pubblicata la nota di aggiornamento al Def che ci farà capire quali sono gli obiettivi del Governo in materia di deficit e debito pubblico per i prossimi tre anni. Non comprenderemo tutto poiché dovremo attendere la prossima Legge di Bilancio, ma finalmente passeremo dalle tante (troppe) parole a qualche fatto.
Rallenta la crescita, paghiamo più interessi di quanto previsto in primavera e il Governo di Salvini e Di Maio non solo non vuole alcun aumento dell’Iva, ma intende portare a casa almeno qualche risultato su Flat Tax, pensioni e reddito di cittadinanza. Il combinato disposto di questi fattori, che non può non comprendere anche la quota di spese indifferibili, porta automaticamente lo 0,8 % del rapporto deficit-Pil (messo in cantiere dall’esecutivo precedente) ad oltre il 2%. Cottarelli ha calcolato che con pace fiscale, spending review, risparmio delle spese dovute al numero minore di migranti sul territorio nazionale si riporterebbe il rapporto deficit-Pil dal 2,1% alla soglia indicata dal Ministro Tria e, cioè, all’1,6%. Troppo poco? Quel che è certo è che occorre trovare le risorse utili a finanziare le riforme annunciate a più riprese dalla maggioranza gialloverde. Il problema nasce proprio da qui.
Le risorse a disposizione non sono tante e, quindi, o si riassegnano quelle esistenti o si alza la soglia del deficit. Di fronte alla dura realtà dei numeri e in ossequio al principio che il Governo del cambiamento deve, gioco forza, essere conseguenziale a quanto promesso agli elettori, i toni si alzano fino a creare pericolosi corto circuiti istituzionali. Un terreno questo su cui si registrano, però, non poche differenze fra Movimento Cinque Stelle e Lega, anche a causa dei sondaggi che danno il primo in calo e il secondo in forte crescita, persino a danno del proprio alleato. Le intemerate del partito di Di Maio nei confronti del Ministero dell’Economia si spiegano soprattutto così. Non è solo l’affaire Casalino a rilevare, quanto l’intonazione complessiva tenuta dai grillini sulla manovra, fino al punto di indicare in Tria e nei suoi collaboratori (peraltro di grande esperienza ed equilibrio) gli avversari da combattere e i bersagli sui quali scaricare nella sfera pubblica la responsabilità delle oggettive (e prevedibili) difficoltà ad attuare, sia pur gradualmente, ciò che si vorrebbe comunicare all’opinione pubblica per fornire la misura tangibile del cambiamento.

Quella di Di Maio è una prova di forza nei confronti di Salvini o un segnale di difficoltà politica? Lo capiremo nelle prossime settimane, anche attraverso l’esame dell’evoluzione del rapporto esistente tra la componente più a sinistra del Movimento e il Pd da un lato e del rapporto, assai più complesso e per nulla lineare, tra Salvini e Berlusconi dall’altro. Il leader della Lega ha usato nei confronti di Tria toni pacati, limitandosi a chiedere “più coraggio” e rintracciando nell’esigenza di fare una manovra espansiva la chiave di volta per generare la sensazione di una reale inversione di rotta in materia di politica economica. È vero che Tria fu indicato dalla Lega e che ha ottimi rapporti con Giorgetti, ma la differenza non può ridursi solo a questo elemento fattuale. Alla base c’è una diversa capacità di posizionamento delle proposte politiche e una diversa strategia di comunicazione e marketing.

Salvini si sente (ed è) molto forte. La disinvoltura con la quale ha prima siglato l’accordo con Forza Italia per le elezioni regionali e poi ha fatto sapere dal palco di Atreju che non avrebbe mai fatto entrare nel Governo gli azzurri è la dimostrazione di come egli si muova in un terreno di gioco molto più vasto di quello a disposizione di qualunque altro leader politico. Egli sa di avere un mercato elettorale molto ampio, che va dai partiti di centrodestra ai grillini e da questi ultimi alla sinistra. La straordinaria crescita del Carroccio, infatti, consente a Salvini di irrobustire il proprio bottino elettorale pescando fra elettori del M5S, di Forza Italia e Fratelli d’Italia, persino del Pd. L’uso di registri comunicativi assertivi e al tempo stesso dialoganti rappresenta la misura di questa condizione. Di Maio, al contrario, è incalzato dalla base, teme la concorrenza interna e sa bene che, almeno al Sud, senza il reddito di cittadinanza non sarà facile mantenere le percentuali delle scorse elezioni politiche. E poi la Lega ha un forte radicamento territoriale e un’inclinazione più sovranista che populista, mentre il Movimento Cinque Stelle si regge su un voto d’opinione e di protesta molto più liquido di quello identitario.

Logiche politiche, dunque, intaccano e condizionano dinamiche economiche, come già dimostrato, del resto, dalla fretta di Di Maio di varare il decreto dignità, pur di contenere gli effetti negativi del sorpasso di Salvini sul fronte mediatico e dei sondaggi. L’orizzonte temporale è quello delle elezioni europee. In quella circostanza il consenso virtuale diventerà reale e i numeri avranno una forza intrinseca e non più solo previsionale. A quell’orizzonte, peraltro assai vicino, c’è chi arriverà con il vento in poppa, tanto da poter indossare abiti istituzionali dopo aver intrapreso la strada dell’antisistema, e chi arriverà in affanno, tanto da dar vita ad auto-rappresentazioni spettinate, discutibili ed in contrasto con l’immagine di partenza. In fondo è soprattutto un problema di percezione. E, quindi, di comunicazione.

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