Mercoledì 20 Febbraio 2019 | 16:59

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Cellulari in classe

Si può imparare restando sconnessi

«A scuola l’utilizzo del cellulare è un caso particolare. A scuola il cellulare serve per la chat interna, cioè della classe; per andare su Facebook e Instagram (che schifo le scarpe verdi di Matteo!); per le comunicazioni urgenti con la famiglia...»

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Nonostante di questi tempi il presidente Macron non sia all’apice del gradimento qui da noi, per certe cose può essere utile guardare alla Francia. Per esempio nei giorni scorsi nella République è cominciato il nuovo anno scolastico, e la rentrée ha portato una novità che ha fatto molto discutere: la legge che vieta di usare il cellulare in classe. È un impegno che il presidente aveva preso pubblicamente e sono previste sanzioni severe per i trasgressori.

Ci saranno eccezioni per gli alunni con problemi di salute; se genitori e studenti avranno motivi urgenti e gravi per parlarsi i ragazzi potranno usare il cellulare nei locali della presidenza; ma per il resto i telefonini devono essere spenti e chiusi in un armadietto all’ingresso della scuola, o al massimo in fondo allo zaino.
L’uso e l’abuso che tutti o quasi facciamo di quella che ormai è una protesi della nostra mano ha smesso da tempo di essere un argomento di discussione, tanto è scontato. Tuttavia forse potrebbe essere utile ricordarci quale mancanza di rispetto e patente maleducazione sia l’(ab)uso del telefonino in chiesa, dove ormai si sente anche durante la messa, a cinema, al teatro, al ristorante, in treno e via disturbando.
A scuola l’utilizzo del cellulare è un caso particolare. A scuola il cellulare serve per la chat interna, cioè della classe; per andare su Facebook e Instagram (che schifo le scarpe verdi di Matteo!); per le comunicazioni urgenti con la famiglia, cioè quando la mamma deve venire a prenderci alla terza ora per evitare l’interrogazione di storia; per il compito in classe, che se non si trova niente su Wikipedia si manda la traccia a qualcuno che poi ce la rimanda svolta.
Ecco, ma dato questo uso come dire, non strettamente didattico-disciplinare, una domanda, da fare agli studenti, sorge spontanea: ma perché ci andate, a scuola, ragazzi? Sì, certo, perché c’è l’obbligo di legge; e soprattutto quello dei genitori che vogliono che prendiate una laurea, un pezzo di carta. Ma una scuola fatta così non serve a niente, e meno che mai serve a voi. Se volete fare i programmatori (o gli hacker, va bene) gli integrali dovete saperli. Se invece volete fare i dj, o i conduttori radio e tv, o le influencer, che guadagnano un sacco di soldi anche quando si sposano, allora i congiuntivi dovete padroneggiarli. E meglio se imparate anche la consecutio (per informazioni, rivolgersi alla prof di lettere). Se no addio dj set, X Factor e matrimonio da favola in diretta Instagram. Sì, certo, potreste sempre fare gli onorevoli, ma quanti sono in Italia? E di questi tempi è un lavoro precario, eh.
E poi c’è una cosa di cui forse non avete sentito parlare (senza offesa): la concentrazione. La concentrazione è quella cosa che quando voi state chattando con Vanessa o Dodo e la mamma vi chiama per... non la fate neanche finire: sto studiando! Guai a interrompervi. Ecco, è la stessa cosa che vi serve quando il prof di ‘mate’ spiega gli integrali. Certo, non si interrompe un’emozione, mentre gli integrali sono una rottura, va bene, ma la concentrazione, credeteci, è quella cosa lì. E poi, per dire la verità, questo Dolce Stil Novo, come lo spiega la Santini è una cosa proprio cool, ma se quegli scemi della 2^ C a fianco fanno tutto quel casino (però si dice chiasso, baccano) con quelle suonerie proprio truzze, è chiaro che non si capisce niente. Per una volta che valeva la pena stare a sentire...
Ah; poi stamattina vi siete alzati bene, vero? Cioè senza quel terribile mal di capo (addirittura emicrania, avete detto). E allora perché adesso state mandando quel messaggio a casa: sto morendo per il dolore VENITEMI A PRENDERE!!!! Sì, certo, uno vorrebbe sapere perché per capire le canzoni degli Arctic Monkeys o dei Coldplay si deve sorbire questo genitivo sassone che nessuno sa che cos’è (a parte il prof che rompe, proprio). Però forse una mano potrebbe darvela il genitore che viene a prendervi, che quando vede che è tutta una finta vi rimanda in classe magari con uno schiaffo, anche se pare che oggi non usi più.
Ma poi ci sono le ricerche, per le quali il telefonino in classe è assolutamente didattico e indispensabile, dite voi. Ma avete presente la Rubini, quella professoressa di chimica giovane (anche carina, sì) che è venuta quest’anno? Ecco, prima di venire da voi lei era assistente all’università, e come sa fare le ricerche lei, Wikipedia se lo sogna. Per cui basterà che glielo chiediate (bravi, è un congiuntivo) e vi insegna un sacco di cose senza farvi venire il mal di capo (davvero) saltando da un sito a un altro senza capirci niente.
Insomma, ragazzi, diciamoci la verità (senza dirlo ai prof, né a casa): il cellulare a scuola non vi serve a niente, a parte il baccano (si dice baccano) che fanno i truzzi della 2^ C. Allora invece che fare le leggi, le sanzioni (addirittura!) come fanno in Francia voi potreste fare che quando entrate in classe i cell (dite così, no?) li spegnete e li mettete su quel banco vuoto in fondo alla terza fila. Poi quando suona la campana e ritornate alla libertà, prima di riaccenderli magari vi viene di pensare che quel genitivo sassone non era poi così difficile, ci voleva solo un po’ di concentrazione, e se non stai a chattare mentre quello spiega è più facile. Che ne dite, si può provare?

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