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Poveri giornali tele-sfruttati, web-depredati e poli-bersagliati

«I giornali restano tuttora l’architrave di una democrazia. Senza giornali, infatti, gli altri strumenti dell’informazione, spesso utilizzatori finali e venditori primordiali di notizie e inchieste altrui, perderebbero spunti e mordente»

Poveri giornali tele-sfruttati, web-depredati e poli-bersagliati

Chi lavora, non mangia. Chi mangia, non lavora. Sembra una boutade, il classico e abusato incipit per attirare i lettori più distratti. Ma i fatti, nel settore dell’informazione, stanno proprio così.
Cosa pensereste, cari lettori, se voi lavoraste, ma lo stipendio fosse accreditato a un altro signore che, pur non sudando una goccia, si è impossessato dei risultati della vostra prestazione? Come minimo, imprechereste, come massimo contestereste un principio cardine dell’economia, sviluppato dalla scuola di Chicago: nessun pasto è gratis.
Non è vero. Per qualcuno il pasto è gratis. È gratis, ad esempio, e soprattutto sostanzioso, per le piattaforme digitali che s’impadroniscono, pressoché a costo zero, di notizie, inchieste e commenti pubblicati dai giornali (cartacei e on line) per rilanciare il tutto in pompa magna. Un’operazione facile facile che fa affluire nelle casse delle piattaforme alluvioni di quattrini sotto forma di contatti e contratti pubblicitari (oltre che, si capisce, di utenti che fanno massa e fatturati).
I costi della notizia, del suo sviluppo e del suo approfondimento ricadono, invece, sulle aziende e sulle redazioni giornalistiche tradizionali, mentre i benefìci concreti vanno ad altri, ai copiatori seriali che ingrassano sulla pelle di chi dimagrisce.
Qualcosa non funziona. Non funziona anche perché da tempo è in atto il tiro al bersaglio contro la carta stampata, che pur vantando più tentativi e atti di imitazione de La Settimana Enigmistica, viene considerata dal mainstream odierno più desueta della messa in latino. Ma se è così, perché i giganti del web saccheggiano come lanzichenecchi tutto quello che trovano sui giornali?

Se è così, perché dilagano, sulla Rete, i siti corsari che razziano e regalano l’intera offerta di fogli quotidiani e periodici? Se è così, perché le televisioni riproducono sfacciatamente il palinsesto e i contenuti informativi dei giornali? Se è così, se i giornali sono più inutili di uno pneumatico bucato, perché l’informazione televisiva, nei giorni in cui i quotidiani non sono in edicola, appare spoglia e misera come un telestudio bulgaro negli anni del socialismo reale?
Ma fino a quando durerà questo esproprio proletario che arricchisce quasi tutti i predatori? Fino a quando non verrà riconosciuta la giusta remunerazione di chi lavora, come chiedono con forza adesso editori e giornalisti?
Si dice. Che volete farci, arrendetevi, il mondo va avanti, i giornali perdono lettori. Davvero perdono lettori? Bah. È vero il contrario. I lettori aumentano. Semmai diminuiscono gli acquirenti, il che succede proprio perché c’è chi provvede a distribuire gratis, lucrando enormi fortune sul versante pubblicitario, il prodotto informativo curato e confezionato dalle redazioni giornalistiche della carta stampata.
I lettori effettivi aumentano, anche se in tanti fanno finta di non accorgersene. Aumentano perché il web diffonde i contenuti dei giornali (spesso cannibalizzati e, purtroppo, autocannabilizzati alla grande). Aumentano perché le televisioni fanno altrettanto: copiano a oltranza. Aumentano perché intere trasmissioni tv vivono grazie alla rassegna stampa serale e mattutina.
Non si contano i canali tv, nazionali e locali, che leggono titoli e interi articoli dei quotidiani che si vendono in edicola, contribuendo così, indirettamente a scoraggiarne l’acquisto. La beffa, in questo caso, è più atroce di quella del coniuge cornuto e mazziato. La testata giornalistica viene telesaccheggiata senza pietà (e perde acquirenti), ma i vantaggi, in termini di rilevazioni d’ascolto, vanno all’intermediario televisivo, non al produttore reale dell’informazione. Non risulta, infatti, che i telespettatori delle videorassegne vengano inseriti - come pure dovrebbe essere - nel computo, nel calcolo dei lettori di giornali. Eppure, chi trascorre la mattina davanti alle telerassegne dei quotidiani è un lettore a tutti gli effetti. E come tale andrebbe «calcolato». Dovrebbe cioè essere intercettato dall’Audipress più che dall’Auditel. Invece il tele-lettore viene ritenuto, calcolato, studiato e capitalizzato come il tipico telespettatore. Risultato: chiudono le edicole nelle piazze, crescono le edicole nelle tv e sulla Rete.
Senza volerlo, i giornali si ritrovano a lavorare per la concorrenza. È come se la Fiat vendesse auto, ma i soldi andassero quasi tutti ad Amazon. Di questo passo, anche dieci fuoriclasse alla Sergio Marchionne (1952-2018) non riuscirebbero a rianimare il settore dell’editoria quotidiana.
Ma non è finita. L’assedio ai giornali prosegue su altri fronti, tesi a intaccare, dopo le vendite, anche le entrate pubblicitarie (l’altra voce importante di un bilancio esogeno). Il vicepremier Di Maio non vuole che le aziende pubbliche facciano attività promozionale sulla carta stampata. Un’uscita davvero singolare, visto che, in un’economia di mercato, anche le aziende a capitale pubblico rimangono e devono rimanere aziende autonome, in teoria e nei fatti indipendenti dalla politica. Ordinare a queste imprese di bloccare le inserzioni pubblicitarie sui giornali significa menomare il mercato, significa intervenire pesantemente nella gestione imprenditoriale di queste aziende. Significa, anche o soprattutto, mandare un chiaro e grave segnale: i giornali vanno colpiti. Punto e basta. Infatti, ogni occasione è buona per perseguire questo obiettivo, vedi - in passato - gli interventi per dirottare sul web la pubblicità legale.
Ma i giornali restano tuttora l’architrave di una democrazia, anche per le riflessioni fin qui sviluppate. Senza giornali, infatti, persino gli altri strumenti dell’informazione, spesso utilizzatori finali e venditori primordiali di notizie e inchieste altrui, perderebbero spunti e mordente.
La verità è che il potere prova sempre fastidio nei confronti dei controllori. E non vede l’ora di silenziarli, approfittando di tutte le circostanze all’uopo favorevoli. Ma la libertà ha bisogno di cani da guardia sempre svegli. Difficile che la libertà possa essere garantita da piattaforme la cui aspirazione occulta (e neppure tanto) è l’omologazione pianificata, degna del Grande Fratello orwelliano (assai più ingombrante del format frivolo esploso in tv).

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