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Le sfide dell’Italia sovranista all'Europa

La vicenda Diciotti si è conclusa nel modo in cui doveva concludersi: con la discesa a terra dei 137 migranti tratti in salvo dalla nave della Guardia Costiera

Le sfide dell’Italia sovranista all'Europa

Chi ha a cuore il valore della dignità della persona può tirare un sospiro di sollievo. La vicenda Diciotti si è conclusa nel modo in cui doveva concludersi: con la discesa a terra dei 137 migranti tratti in salvo dalla nave della Guardia Costiera intitolata all’ufficiale della Marina Ubaldo Diciotti, esploratore di Elis Island, studioso dello smistamento dei migranti negli Stati Uniti e comandante negli anni Trenta del porto di Tripoli.

Un caso si è chiuso, ponendo fine alla sofferenza di persone in fuga da povertà e violenze, ma si aprono due fronti molto delicati e con esiti imprevedibili. Il primo: il rapporto dell’Italia con l’Europa. Il secondo: la prospettiva di un conflitto fra poteri dello Stato, dopo l’iscrizione nel registro degli indagati del ministro dell’Interno Salvini per reati molto gravi.

Cominciamo con il kafkiano modo di procedere dell’Unione europea sull’immigrazione. «Una sfida non solo per il singolo Paese, ma per l’Europa intera». A queste conclusioni era arrivato il Consiglio europeo dello scorso 28 giugno. Sembrava si fosse giunti a una svolta. Sembrava stesse maturando la consapevolezza dell’inopportunità di scaricare l’affaire migranti sulle nazioni più esposte dal punto di vista geografico. Invece niente. Altro che tutti insieme. Altro che «Europa intera». Altro che strategia condivisa per modificare il Trattato di Dublino. Ancora una volta l’Italia è rimasta sola.

L’ Europa si è distratta, girandosi dall’altro lato e mostrando il suo volto peggiore: quello dell’insensibilità e dell’egoismo.
Come è noto, la vicenda Diciotti si è risolta grazie alla disponibilità della Conferenza episcopale italiana, di Albania e Irlanda. Che ora potrebbero fare da apripista ad altri Paesi. Una parte di profughi dovrebbe essere accolta, infatti, anche da Serbia e Montenegro. Da loro, ma non da Francia, Germania, Spagna & company che, non a caso, si erano già opposti alla proposta austriaca e danese di trasferire i migranti nell’area dei Balcani.

In molti hanno visto nella gestione di questa vicenda da parte del nostro Governo la riprova dell’isolamento dell’Italia rispetto al resto dell’Europa. Onestamente, è più plausibile l’interpretazione di segno opposto e cioè che il nostro Paese, pur pagando qualche prezzo, si stia accreditando come il baricentro di quanti spingono per un radicale cambio di paradigma, sia pur all’interno di uno schema che archivia il multilateralismo in favore del bilateralismo. Tralasciamo la soluzione impervia e impraticabile della minaccia di non pagare i contributi italiani a Bruxelles (una «sparata demagogica» l’ha definita Tajani) e concentriamoci sulla sostanza della questione. Il vero valore della discussione di questi giorni è la presa d’atto di un’Unione europea che sta mettendo in dubbio il concetto fondante della sua identità e la ragione per la quale è nata: l’essere una comunità sovrannazionale.

Come ha ricordato il ministro degli Esteri Moavero Milanesi, senza solidarietà e condivisione degli oneri non c’è più Europa. Su questo il governo, e Salvini in particolare, hanno ragione da vendere. Così come ce l’hanno tutti coloro che ricordano che la politica dell’accoglienza illimitata non ha diminuito il numero delle vittime fra gli immigrati, che chi non ha diritto allo status di rifugiato non deve più arrivare in Paesi stranieri (l’Italia) e che chi delinque deve essere rispedito a casa.

Tutti i nodi stanno venendo al pettine. Quali sono i Paesi che devono accogliere i migranti e prima ancora quali sono quelli che devono soccorrerli durante i pattugliamenti in mare? Quali sono i Paesi che devono accertare la condizione di rifugiato e sulla base di quali parametri? Come si fa a ridurre i tempi di questo accertamento e, soprattutto, ad esito negativo, come si fa a rispedire a casa i migranti che non hanno diritto a rimanere nel Paese che li ospita momentaneamente? La verità è che su questo tema non esistono soluzioni alla portata di mano e che anche quelle immaginate finora, in controtendenza rispetto al passato, sono assai problematiche. Si pensi alla ricollocazione dei migranti su base volontaria, dopo aver preso atto del fallimento di quella (non) avvenuta su base obbligatoria.

L’immigrazione è tema complesso. Necessita di una visione multidisciplinare con la quale intrecciare profili umanitari e sociali, strategie geopolitiche e di sicurezza, valutazioni di effetti economici. Nel contesto attuale, in cui prevalgono invece frammentazione e assenza di condivisione, è evidente che trovino spazio e legittimazione forme d’interlocuzione privilegiata solo con chi ha idee simili alle proprie. È evidente che, anche per assenza di reale contro-narrazione, l’approccio sovranista si rafforzi, fino al punto di estremizzare decisioni e comunicazioni.
Due sono gli appuntamenti sui quali concentrare l’attenzione: l’incontro a Milano di Salvini con il primo ministro ungherese Orban e quello di Conte e lo stesso Salvini con il premier ceco Andrej Babis. Il primo sarà un incontro istituzionale e non politico, come si è affrettato a precisare il Movimento Cinque Stelle, alle prese con problemi di equilibrio interno fra Di Maio e Fico? Difficile dirlo.

L’establishment europeo ritiene che ignorare le richieste del nostro Governo significhi rendere marginale il ruolo dell’Italia nella costruzione della futura Europa. Lo pensa soprattutto Emanuel Macron, che considera Marine Le Pen un temibile avversario politico da fermare a tutti i costi. Così facendo, tuttavia, altro non si fa che rafforzare il fronte di Visegrad, portando acqua al mulino delle argomentazioni sovraniste. Le prossime elezioni europee rischiano di essere un bagno di sangue per gli interpreti di questa linea fatta di immobilismo e senso di superiorità, insomma di una ormai ingiustificata grandeur.
Il secondo fronte è quello che nasce dalla decisione di sottoporre a un’inchiesta penale il ministro dell’Interno. È ragionevole pensare che a Salvini non gli sia parso vero di finire nel mirino della magistratura mentre difende gli interessi degli italiani. Lo script della prossima campagna di comunicazione (sbaglia chi la declassa a propaganda) è già pronto: volevamo cambiare questo Paese, ma i poteri forti, i mercati, l’Europa e l’ordine giudiziario non ce lo consentono ed è per questo vi chiediamo un consenso ancor più grande. Lo scontro istituzionale fra politica e magistratura è pericoloso. Non giova a nessuno la confusione fra i profili politici e quelli giudiziari della vicenda Diciotti. Le istituzioni sono la camera di compensazione di interessi contrapposti e diritti antinomici, non il luogo del conflitto. Depotenziarle significa minare alla base la democrazia e la coesione sociale, consegnando l’Italia al caos. Non ce lo possiamo permettere.

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