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È l'alchimia dell'istante, è la «culla» del jazz

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Il Talos festival ricorderà domenica 14 il pianista Gianni Lenoci con un incontro online sulla propria pagina Facebook. L’occasione è data dalla recente uscita del volume postumo «Alchimia dell’istante», ma anche del disco «A Few Steps Beyond», l’ultima registrazione effettuata da Lenoci prima di morire, appunto al Talos. Interverranno Annamaria Dibello, vedova Lenoci e presidente dell’Associazione Culturale musicale Gianni Lenoci e ancora Pino Minafra, Roberto Ottaviano, Ugo Sbisà, Andrea Montanari, Claudio Chianura e Gianni Mimmo.

«Un artista non è tale se non si assume dei rischi». Questa citazione di Vladimir Horowitz è probabilmente quella che meglio descrive l’approccio intellettuale col quale il pianista Gianni Lenoci (1963 - 2019) si è accostato al mondo dei suoni, vivendo la propria condizione di autore e interprete creativo come una costante ricerca dell’inaudito nella musica. A confermare lo spessore di un personaggio che continuerà a mancarci sempre di più, man mano che il suo lascito artistico andrà accrescendosi con ulteriori opere postume, giunge adesso anche una pubblicazione, Alchimia dell’istante – Riflessioni e paradossi di un improvvisatore (ed. Haze – Auditorium, pagg. 161, euro 15,00) che ne racchiude il pensiero – o forse meglio sarebbe dire «i pensieri» – intorno alla musica. Una lettura illuminante, diciamolo subito, per l’acutezza con la quale Lenoci si è sempre posto in una posizione a sé rispetto al pur variegato mondo del jazz italiano, dimostrandosi capace non solo di «produrre» musica degna di nota, ma anche di supportarla con il pensiero, elaborando teorie, creando connessioni tra saperi in apparenza molto distanti tra loro. E in questo senso, non c’è dubbio che lo sfortunato pianista monopolitano, scomparso nel 2019, abbia saputo conciliare, quasi plasmare la pratica dell’improvvisazione con quella della musica scritta, fino a renderle complementari tra loro, in un ideale equilibrio dinamico capace di rievocare tanto Apollo quanto Dioniso o, per restare in campo pianistico, gli schumanniani Eusebio e Florestano.

La pratica dell’improvvisazione, ricorda Lenoci, non postula la necessità di dover produrre capolavori, non deve sostenere il «peso della Storia», ma talvolta può e deve essere fallace, a differenza della composizione nella quale invece viene richiesta l’assoluta perfezione formale. E qui sovvengono due citazioni che il Nostro utilizza molto opportunamente: da una parte Ferruccio Busoni, per il quale «la composizione sta all’improvvisazione come il ritratto al modello vivente»; dall’altra un provocatorio Steve Lacy, pronto a sottolineare che «nella composizione hai tutto il tempo che vuoi per pensare a cosa dire in quindici secondi, mentre nell’improvvisazione hai solo quindici secondi per dire ciò che vuoi».


Sembra di intendere che il volume sarebbe stato ancora più ricco e approfondito se l’esistenza del suo autore non si fosse interrotta prematuramente, eppure le sue pagine sono più che sufficienti a offrire dei motivi di riflessione su pratiche musicali delle quali si parla spesso, ma che – almeno dal punto di vista del jazz - non sempre sono state oggetto di speculazioni così approfondite. Lenoci si occupa poco di grammatica musicale, preferendo invece tratteggiare l’idea di una sintassi che mette in comunicazione l’anima e l’intelletto, che disegna dinamiche antropologiche e psicologiche; tocca l’argomento temporale, con la necessaria distinzione tracciata dagli antichi greci tra il chronos, ovvero il tempo lineare, il kairos, cioè l’istante e l’aion, l’eternità; e si sofferma a lungo sull’aspetto mentale dell’approccio all’improvvisazione, sottolineando come essa sia frutto, più che del cosiddetto pensiero lineare, di quello «rizomatico» ricavato dalle teorie di Gilles Deleuze e Félix Guattari.
Una lettura decisamente necessaria che forse non rivela, né scopre l’inaudito, ma che decisamente mette ordine sull’argomento fino a diventare un punto fermo. Completano la pubblicazione un’ampia galleria fotografica, alcune partiture creative dell’autore, un’intervista rilasciata a Donatello Tateo e una completa discografia che dimostra quanto Lenoci vivesse intensamente la musica, al punto di registrare il più possibile anche con etichette di fortuna, ma sempre e solo per documentare le tappe del suo percorso di ricerca, lontano mille miglia dal mercato.


E a proposito di dischi, dopo il bel Wild Geese edito dalla salentina Dodicilune, un’altra registrazione postuma ci giunge con A Few Steps Beyond, un live edito dalla Amirani Records e registrato nel settembre del 2019 al Talos festival di Ruvo, che è probabilmente anche l’ultima incisione in assoluto di Gianni Lenoci. Lo si ascolta al pianoforte solo, forse la migliore dimensione per esaltarne la creatività, alle prese con alcuni degli autori a lui più cari, dall’Ornette Coleman di Lorraine e Latin Genetics al Paul Bley di Blues Waltz o alla Carla Bley di Ida Lupino. Brani ai quali si aggiungono due standard come All the Things You Are di Jerome Kern e Goodbye di Gordon Jenkins. E si può ben dire che il disco suoni come una sorta di testamento sonoro che la dice lunga su Lenoci e sulla sua conoscenza della letteratura musicale, che qui emerge anche attraverso inaspettate, fascinose citazioni del Turkish Mambo di Lennie Tristano o di Camptown Races di Stephen Foster. Un «musicista totale» avrebbe detto Giorgio Gaslini, capace di confrontarsi con la «trinità di vita, amore e morte» (sono parole di Lenoci, ndr) suonando ciò che era, per diventare ciò che suonava.

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