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Lettere alla Gazzetta

L'attentato del silenzio dopo l'uccisione 40 anni fa

Il 12 marzo 1977, a Torino, il ventinovenne fratello di mia madre, il brigadiere Giuseppe Ciotta in servizio all’Antiterrorismo del Piemonte, venne trucidato con tre colpi di pistola da un commando di Prima Linea per mano di Enrico Galmozzi (condannato definitivamente a 27 anni ma libero dopo 13).
Avevo 12 anni. Da allora la mia vita e quella dei miei familiari sono state condizionate da quella tragedia. Soprattutto perché, per quarant’anni, la memoria di mio zio è stata calpestata da un altro vile attentato: quello del silenzio.
Purtroppo in quei giorni venne ucciso anche il giovane Francesco Lorusso, a Bologna, durante gli scontri tra studenti e forze dell’ordine e una stampa manipolatoria, da allora, rivolge tutta la sua attenzione e accende i riflettori solo su quella vicenda ignorando quella di mio zio, al pari di altre vittime della follia terroristica. Penso a Claudio Graziosi, Ciro Capobianco, Antonio Santoro (prima vittima di Cesare Battisti) e molti altri servitori dello Stato che, come mio zio, sono morti due volte: prima caduti sotto i colpi di una rivoltella, poi caduti nell’oblio.
Per troppo tempo s’è raccontata una storia distorta, sbagliata. Basti citare quel dossier sul ’77, pubblicato dal Manifesto nel 1977, in cui l’omicidio di mio zio è stato sbianchettato, ignorato. Per anni si è continuato ad avere un atteggiamento di quasi maggior riguardo per i cosiddetti «ex» terroristi piuttosto che per le loro vittime. Addirittura, tramite i nuovi canali di comunicazione online, il killer di mio zio continua senza vergogna, liberamente, a consigliare «la lotta armata» ostentando la sua abilità nell’uso delle armi. Nella totale immoralità, i membri di Lotta Continua nel 2009 si sono riuniti a Roma per festeggiare i 40 anni del movimento. Tutto questo è vergognoso!
Ma lo scandalo più grande è stato aver fatto candidare un certo Roberto Maria Severini al Senato della Repubblica Italiana durante le elezioni politiche del 2006. Una persona per la quale io stesso ho raccolto le firme senza sapere che dietro quel falso nome e quella falsa (pulita) fedina penale si nascondeva in realtà il terrorista Roberto Sandalo. Ho denunciato tutto questo alle massime autorità dello Stato ma sono stato completamente ignorato. Oltre il danno la beffa, proprio da quello Stato che mio zio ha servito fino alla morte!
Una corretta rielaborazione storica condivisa di quello che è accaduto è fondamentale per noi e per le generazioni future, considerato il clima che si sta vivendo ancora oggi. Sarebbe auspicabile costituire una Commissione per la riconciliazione nazionale.
Purtroppo, l’Italia è un paese senza memoria, dove alcuni continuano a definire «ex-terroristi» dei killer già condannati «in nome del popolo italiano» quali eversori contro l’ordinamento Costituzionale dello Stato.
A distanza di tanti anni pochi passi in avanti sono stati fatti per la ricostruzione della verità storica relativa ai moventi e ai mandanti di quei terribili anni di piombo. «Fummo usati, e per questo molti politici temono la verità» ricordava il terrorista Franceschini nell’agosto del 1991. «Ora dobbiamo dire, tutti insieme, la nostra verità» diceva Morucci nell’ottobre del 1993. Cosa vogliono dire?
Mio nonno, Potito Ciotta, durante la trasmissione Tg2 Direttissima del 1977 intervistato da Aldo Falivena subito dopo l’omicidio con uno sguardo carico di dolore e rabbia diceva: «Vorrei sapere perché? Anzi lo voglio. Lo pretendo». Quella sua richiesta non ha mai avuto risposta. Ma io non smetterò mai di continuare a chiedere che la verità prima o poi si faccia avanti.

Potito Perruggini, Bari, nipote del brigadiere Ciotta, vittima di Prima Linea

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