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LETTERE ALLA GAZZETTA

La lezione del referendum le sfide del Pd e di Gentiloni

La campagna referendaria non va archiviata. Il suo risultato è inequivocabile per il record dei votanti e per la ricchezza dei messaggi espressi dai cittadini. L’elettorato ha percepito artefatta la narrazione della realtà del Paese raccontata nella fase elettorale. È stato un errore gestire il referendum come un plebiscito sul governo e sulla sua leadership, la cui crisi ha determinato il ricorso al Presidente della Repubblica, che nel pieno rispetto della Costituzione e del segnale giunto dal Paese, ha reso possibile la formazione del Governo «Gentiloni». A quest’ultimo va l’augurio più sincero di buon lavoro da parte degli amici di Corsivo, che hanno collaborato con Lui, sin dai tempi della «Margherita», ospitandolo a Bari in numerosi incontri politici.
Interpretare il risultato referendario e provare a rimettere in carreggiata l’Italia è lo scopo del Governo «Gentiloni»: i primi passi confermano le qualità personali e politiche del Presidente. Ci saremmo aspettati, però, segnali diversi nella formazione della squadra di governo: nessuna «demonizzazione» di esponenti del Governo Renzi, piuttosto comprensione della richiesta di una svolta in alcune politiche.
Nella recente Assemblea Nazionale del PD è stato ripescato un sistema elettorale già collaudato il «Mattarellum» e ciò rappresenta un motivo di chiarezza, soprattutto, rispetto alla scelta fatta dal PD che, con un voto di fiducia, ha approvato una legge elettorale diametralmente opposta. La «incertezza» delle regole elettorali è attribuibile anche al PD. Oggi si registra con favore una inversione. Il Partito Democratico nella suddetta Assemblea non ha pienamente approfondito il «perché» della sconfitta, sulla quale hanno pesato alcune politiche che -immaginate innovative- non hanno però favorito una significativa ripresa economica e sociale del Paese e, soprattutto, sono state vissute da molti giovani come offensive della propria dignità. La sconfitta non è stata causata «da un errore di comunicazione». È più verosimile che i cittadini abbiano percepito la distanza tra il «messaggio» e la propria condizione di vita. L’«ottimismo» non può trasformarsi nella «liturgia» di un racconto non vissuto nella quotidianità.
La scelta di celebrare il Congresso del PD a scadenza naturale non può essere «rimozione» dei nodi politici: è necessario un confronto «schietto» per motivare convergenze sullo spirito fondativo del partito e sulla sua mission.
È finita una fase storica a causa degli effetti della globalizzazione, sono tramontate le vecchie categorie di analisi e le «vecchie ricette»: meno tutelati sono i diritti dei molti, aumentati sono le oligarchie e i privilegi e radicalizzate sono le disuguaglianze generazionali. La politica deve contare di più e, quindi, ricercare nuove strade, il PD deve coinvolgere altre esperienze culturali e politiche per non rappresentare soltanto alcune «nicchie» ma per interpretare la complessità della società italiana. Sarà fondamentale, nei prossimi mesi, per il PD evitare il consolidarsi di correnti e di strutture asservite a questo o a quel «capo» locale e/o nazionale. E, in questo, la corresponsabilità della base e dei territori è fondamentale.

On. Giusi Servodio, Bari

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