Mercoledì 16 Gennaio 2019 | 19:07

LETTERE ALLA GAZZETTA

La dimensione spirituale nella vita di Aldo Moro

La spiritualità fu una dimensione fondamentale della vita di Aldo Moro. Bisogna risalire ai primi anni della sua formazione per comprendere l’importanza che ebbero per lui la famiglia, la scuola e l’oratorio. Il padre Renato, dirigente scolastico, e la madre Fida, maestra, introdussero il figlio in un clima educativo di chiara impronta morale e religiosa. Lo stesso Moro, parlando del padre, ebbe a sottolineare che “rappresentava il senso del dovere, della famiglia e dello Stato; il rigore morale cui improntare le azioni della vita”. Dalla madre Fida ereditò la dimensione di una religiosità da radicare profondamente nella coscienza e da testimoniare coerentemente nella vita. La scuola contribuì ad affinare in lui il metodo della ricerca meticolosa; ad avvertire l’inquietudine dei “perché della vita”; a praticare con responsabile consapevolezza il “senso del dovere”. Non per altro egli mostrò grande simpatia per la morale di Kant e per il suo imperativo categorico: ”Fa il tuo dovere perché è il tuo dovere”. L’oratorio e la partecipazione all’Azione Cattolica gli offrirono l’occasione per sostanziare di contenuti dottrinari una fede che lo portò ad accostarsi all’Eucarestia giornaliera ed a risolvere i problemi più difficili nel raccoglimento della preghiera. Il sacerdote don Michelangelo Ridola, a lui spiritualmente vicino, così testimonia: “S’interrogava continuamente, si poneva problemi ... L’uomo era per lui ... un mistero da scoprire in tutta la sua dimensione esistenziale”. Su queste basi Moro edificò la sua spiritualità mostrandosi sensibile agli interrogativi della vita e impegnandosi a costruire un “umanesimo nuovo” con al centro l’uomo, la sua dignità e il suo alto senso del dovere. In questa continua ricerca egli trovò buona sponda nell’opera di J. Maritain “L’Umanesimo Integrale” al cui pensiero si ispirò nella stesura degli articoli 3 - 4 della Costituzione che ponevano la persona umana a fondamento di uno Stato “libero e giusto”, ma umilmente capace di “riconoscere i suoi limiti”. E fu proprio su queste basi che Moro poté fondare una politica intesa come “tirocinio morale e civile” e banco di prova di una ragione sempre alla ricerca di ancoraggi morali e religiosi. Così poté fare emergere il “primato della spiritualità” sia nelle sue enunciazioni teoriche, sia nel suo agire politico. Non per altro fu apprezzato come ideologo del partito, come tessitore paziente e mediatore fiducioso nel confronto discreto tra le forze dialoganti. La sua “strategia dell’attenzione”, che lo portò ad indurre al dialogo sia i socialisti che i comunisti, scaturiva da una estrema fiducia che riponeva in quella parte di buono che riteneva presente nell’uomo e che in politica si poteva tradurre in beneficio per il bene comune. Per lui la violenza e l’intolleranza erano da considerare forme estreme che contraddicevano “la ragion d’essere dello Stato democratico”. Il quale, per vocazione, era tenuto a garantire l’ordine attraverso le leggi ed a richiamare i cittadini al “senso del dovere”. Il terrorismo per lui era da considerare una esplicita mancanza a questo senso del dovere; perché “non si può esigere che lo Stato adempia ai propri compiti se tutti non fanno il loro dovere”. (Il Popolo 13/5/1977). Il richiamo al senso del dovere rimase un pilastro fondamentale del suo agire morale e politico fino al momento del suo assassinio: “la stagione dei diritti e delle libertà si rivelerà effimera se non sorgerà un nuovo senso del dovere”. Questo, che può essere considerato il testamento spirituale indirizzato alle future generazioni, serva come monito per quei cittadini che vogliono scongiurare la inesorabile sfaldatura delle istituzioni democratiche.

Michele Giorgio, Bitonto (Bari)

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