Lunedì 21 Gennaio 2019 | 18:56

LETTERE ALLA GAZZETTA

Paura e tristezza fanno ammalare anche la Chiesa

Nell’antichità, i Greci rappresentano la paura attraverso l’esperienza teatrale della tragedia. Lucrezio (98 aC-55 aC), nel «De rerum natura» punta sul «tetrafarmaco» per liberarci dalle paure quotidiane. Lucio Accio (170 aC-86 aC) diceva: Oderint dum metuant (mi odino purché mi temano). L’età medioevale conosce la paura della fine del millennio. In Dante Alighieri (1265-1321), l’ignoto identificato nella «selva oscura» non può che suscitare paura. Francesco Petrarca (1304-1374), nel «De remediis», sostiene la necessità di pensare alla morte, per esorcizzare la paura, per bocca della ragione. Ne «I promessi sposi» di Alessandro Manzoni (1785-1873), Don Rodrigo è colui che impone paura al pavido don Abbondio.
In una meditazione mattutina (S. Marta, 15.5.2013), Papa Francesco afferma che paura e tristezza fanno ammalare le persone e anche la Chiesa. La paura, infatti, «non è un atteggiamento cristiano», ma «è un atteggiamento, possiamo dire, di un’anima incarcerata, senza libertà, che non ha libertà di guardare avanti, di creare qualcosa, di fare del bene». La paura, però, «va distinta dal timore di Dio, con la quale non ha nulla a che vedere». Il timore di Dio, ha affermato il Pontefice, «è santo, è il timore dell’adorazione davanti al Signore e il timore di Dio è una virtù. Una cosa è il timore di Dio, che è buono; ma un’altra cosa è la paura». E «un cristiano pauroso è poca cosa: è una persona che non ha capito quale sia il messaggio di Gesù».

Mario Conforti, Bari

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