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LETTERE ALLA GAZZETTA

La lezione lasciata in eredità dal referendum sulle trivelle

Le analisi sull’esito dell’ultimo referendum sono state ridotte a una sterile contesa tra i vincitori e i vinti. Il dibattito, purtroppo, è stato influenzato da un lato dalle velleità di sovraesposizione mediatica degli esponenti-velina e dall’altro dalla rincorsa dell’audience basata sulla discussione urlata; non ha in alcun modo risposto a quanti erano e sono interessati a un serio approfondimento di “merito” e di ciò che è avvenuto domenica 17 aprile. Non è possibile sostenere che oltre 13 milioni di cittadini siano andati a votare passivamente e inconsapevolmente, perché suggestionati da qualcuno dei promotori del referendum.
L’affluenza alle urne, pur non avendo consentito il raggiungimento del quorum, ha tuttavia espresso significati politici importanti: a) la voglia, non sopita nei cittadini, di partecipare direttamente al processo decisionale, nonostante la progressiva tendenza ad estraniarsene, manifestatasi in questi ultimi anni attraverso il fenomeno dell’astensionismo, che costituisce anch’esso un segnale da non ignorare; b) una sempre maggiore sensibilità dell’opinione pubblica ai temi ambientali; c) una richiesta di maggiore trasparenza e dialogo, se non di un più ampio spazio di co-decisione, tra i responsabili della politica nazionale e quelli delle comunità locali.
Non si può sottovalutare che nel nostro Paese c’è una maggiore consapevolezza e l’esito referendario ha, in qualche modo, confermato la necessità di una politica sulle scelte energetiche più trasparente, in grado di coniugare le legittime esigenze di crescita economica ed occupazionale con quelle di salvaguardia dell’ambiente - risorsa preziosa e non svendibile -, di tutela del benessere della popolazione e anche delle grandi potenzialità agricole e turistiche del Paese.
Su questi temi i “leader politici” avrebbero dovuto dialogare, mediare e fare sintesi delle “diversità”, offrendo a se stessi una maggiore credibilità e forza e promuovendo opportunità di più ampio coinvolgimento e crescita della collettività. Si è sciupata una grande occasione.
Tocca anzitutto al Presidente del Consiglio, che si è esposto in prima persona sulla questione, fare il primo passo, superando tentazioni auto celebrative e mostrando di avere sensibilità e consapevolezza delle ragioni comunque espresse dai 13 milioni di cittadini. È sbagliato interpretare il dato elettorale del referendum come l’esito di una battaglia ideologica o di una competizione tra personalità politiche nazionali e locali. È corretto, invece, interpretare questo dato come espressione di pluralità di sensibilità, di orientamenti culturali e sociali che arricchiscono il dibattito sulle scelte di cambiamento del Paese non privando le nuove generazioni di un “futuro”.

Giusi Servodio, Bari

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