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In Puglia e Basilicata

Meridiane

Lo Stretto di Sicilia fra realtà e utopie

Lo Stretto di Sicilia fra realtà e utopie

Fra gabbiani in volo, vento e sferragliare dei treni e dei ferry boat, i mari Tirreno e Jonio si contendono il confine

28 Aprile 2022

Silvio Perrella

Meridiane

Silvio Perrella

La meridiana, detta anche, impropriamente, orologio solare o quadrante solare, è uno strumento di misurazione del tempo basato sul rilevamento della posizione del Sole. Attraverso le parole di Silvio Perrella facciamo un viaggio nel tempo nei luoghi del cuore che profumano di Meridione e Sud.

È la meridiana più scabra del Mediterraneo. Venti a vortice, lunghe spiagge di pietre fratturate, coste a speroni con malinconici manieri, paesi che sorgono direttamente dal mare, vuoti, trasparenze greche dell’acqua, mari a constrasto perenne.
Siamo nello Stretto tra Sicilia a Calabria, al raddoppio del mondo, capolinea e nuova avventura.
A Villa San Giovanni la penisola sparisce, si ritrae in sé; cammina come un fantasma in attesa del ferry boat. Di là altro mondo appare.
I treni tirano i freni; aspettano di essere accompagnati nei ventri arrugginiti di anime galleggianti. Le rotaie si perdono nel vuoto, temono lo sciabordio, fanno domande al mare.
L’individuo a piedi, solitario, i capelli al vento, poco bagaglio, entra guardingo, cerca postazioni di sguardo, ficca occhi ovunque.
I gabbiani volteggiano; disegnano emblemi nell’aria mai ferma.
Il ferry boat s’avventura.
Inizia un viaggio nel Tempo, dove è necessario moltiplicarsi: stare insieme da un lato e dall’altro del ponte-nave che attraversa il pontos-mare.
Messina ferve di fronte. Ha la zona falcata che si arricciola segreta ma ben visibile; la madonnina fa rima con Ellis Island; saluta intrepida, consapevole di essere stata lasciata sola a rimuginare idee perse, terremoti avvenuti in un passato già entrato nel moderno, progetti e speranze di pochi e quasi sempre avversati.
Il pilone dal lato opposto svetta rosso e senza più funzioni come una torre Eiffel disabitata. Annuncia nella distanza Capo Peloro, il faro bicromo, la torre degli Inglesi, il parco dedicato ad Horcinus Orca, capolavoro ansante di Stefano D’Arrigo.
Annuncia soprattutto la spiaggia tormentosa a meraviglia di sguardo e di passo dove Cariddi fa il suo lavoro indefesso.
Quando, lasciandosi alle spalle i borghi di Pace, Contemplazione e Paradiso, i laghi di Ganzirri, l’intero viavai della città, si poggiano i piedi su questa spiaggia è difficile non avvertire un moto del cuore.
I due mari - lo Jonio e il Tirreno – fanno quello che qui chiamano la scalino. Cioè un contendersi furioso del confine tra l’uno e l’altro. Qui io qui tu. Soprattutto qui noi che guardiamo verso Scilla e il suo castello e immaginiamo dietro una curva della costa il villaggio utopico di Chianalea.
Noi a misurare il tempo a vertigine; a fare i conti con i maelstrom del Sud; tra vortici e spazi attraversati da navi che trasportano sogni e incubi.
Qui ogni cosa s’infila in un imbuto che la traduce in qualcos’altro.
Passeggio sulla spiaggia, cerco un punto dove fermarmi, mi siedo su una piccola altura e anch’io vengo tradotto misurato strattonato messo al cospetto più arcano di me stesso.
Le onde vengono oblique a scompigliare la sabbia; rivoltano i sassolini; fanno splendere illusioni sui fondali; si perdono schiumando biancori da leggere e decifrare.
Arrivare sin qui dà la sensazione di essere giunti in fondo al mondo.
Lo vedi, laggiù, il viadotto autostradale: qualche automobile scintilla nell’aria, immagini i conducenti che risalgono verso nord, divorando chilometri, rifocillandosi agli autogrill, temendo l’impatto con tir maestosi, perdendo all’improvviso il sentiero a batticuore della necessità.
Mentre giri gli occhi nell’intorno senti che la trasparenza infida di questo mare molteplice a due nomi evoca l’utopia del Mediterraneo. Sempre negletto, abbandonato a se stesso, tomba liquida per esseri speranzosi, rovina di se stesso, conchiglia dalla quale nacquero i tre monoteismi, fonte battesimale di un diverso modo d’intendere il Reale come senso della misura.
Quel Mediterraneo che reagì al nazionalismo del sole e che rese fertili menti sensuali come quella di Albert Camus, pronto dar schiaffi al dilagante nichilismo; così capace di suscitare la contraddizione dentro di Franco Cassano.
Me ne sto seduto davanti a questa enorme meridiana a frastaglio di luci e di ombre. Leggo il Tempo come sa rappresentarlo questo luogo; mi disapprovo; faccio dibattito in silenzio con tutti gli errori che mi si sono ficcati nel cuore e nella mente giungendo a far tremare i piedi che adesso toccano la rena chiara di questa spiaggia.

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