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Bufale

Non i bovini ma le fake news

Non i bovini ma le fake news

La diffusione di notizie false frutto avvelenato del web. Le esperienze durante la pandemia e la guerra in Ucraina. Le preoccupazioni del presidente Mattarella e di Papa Francesco

28 Giugno 2022

Michele Partipilo

Classe Media

Michele Partipilo

Viviamo nella società dell'informazione e la nostra vita è dominata dai media. Ma dei tanti problemi che generano raramente se ne parla. In questo blog proviamo a farlo.

Le bufale non sono solo quei simpatici bovini dal cui latte si ricavano formaggi straordinari, fra i quali l’omonima mozzarella. Le bufale sono l’incubo di ogni giornalista. Dietro ogni articolo e ogni servizio si nasconde il pericolo di una bufala, cioè una notizia assai imprecisa, molto parziale, sostanzialmente falsa. I dizionari annotano che si tratta di «notizia falsa che viene ripresa e amplificata dai media. Può diffondersi intenzionalmente o per errore, in ragione della carenza di verifiche sulle fonti della notizia, e la concorrenza fra i media può accentuarne gli effetti». Il più delle volte in effetti le bufale sono frutto di errori, incidenti e inesperienza.

Raramente sono intenzionali, in questo caso è ormai dominante il fenomeno delle «fake news», termine che letteralmente significa «notizia non corrispondente», non corrispondente cioè alla realtà. Le fake news sono la spina nel fianco della società dell’informazione poiché sono il frutto di una deliberata volontà di alterare la verità dei fatti. Non si tratta della notizia falsa diffusa da qualche medium per cercare di favorire o screditare qualcuno. Questo è sempre accaduto, ma non ha mai alterato l’esito di un’elezione o l’andamento di una guerra. Al contrario le fake news vengono utilizzate in maniera «scientifica», con precise strategie spesso gestite da agenzie segrete, per alterare la verità, confondere l’opinione pubblica e condizionare comportamenti e scelte di ogni tipo. Sono il prodotto tipico della comunicazione attraverso il web, poiché necessitano di una grandissima facilità di diffusione e, soprattutto, dell’assenza di controlli di qualità. Sono il frutto avvelenato della rivoluzione di Internet che ha permesso a chiunque di poter esprimere liberamente il proprio pensiero, come prevede l’articolo 21 della Costituzione.

Ma quando quell’articolo fu scritto i costituenti avevano davanti agli occhi solo la stampa, la radio e qualche esperimento di televisione. In ogni caso strumenti cui potevano accedere solo soggetti «patentati» come i giornalisti. E infatti nell’articolo 21 non c’è alcun richiamo al concetto di verità, per cui anche le notizie inventate hanno diritto di cittadinanza, almeno fino a quando non confliggono con i limiti imposti dalla stessa Costituzione alla libertà d’espressione. Sono i limiti racchiusi nelle norme del Codice penale che incriminano la diffamazione, la calunnia, la truffa, il falso ideologico o l’istigazione a delinquere. La fase della pandemia ha offerto un vasto catalogo di fake news, alcune subito percepite come tali, altre che invece continuano a circolare alimentando errate concezioni mediche, il negazionismo sanitario e l’avversione ai vaccini. Lo stesso può dirsi per la guerra in corso in Ucraina, la prima «infoguerra» della storia. Cioè la prima guerra in cui l’efficacia dei sistemi d’arma dipende da soluzioni che permettono di georeferenziare, intercettare, decifrare e colpire nella folla bersagli specifici. Questo sul piano militare.

Sul piano mediatico è fortissima la disinformazione messa in atto dai due Paesi. In più la resistenza ucraina è sorretta e promossa direttamente dalle grandi piattaforme digitali, da Google ad Amazon a Facebook fino a Twitter. Mai s’era visto il presidente di un Paese occupato tenere ogni giorno conferenze stampa e incontri con tutti i potenti della Terra. Può accadere grazie al web e all’esperienza maturata durante la pandemia, quando sono stati sdoganati dibattiti e conferenze a distanza, quando tutti abbiamo lavorato, comunicato e studiato attraverso un collegamento web. Il «webinar» - seminario attraverso il web – è diventato la cifra del nostro sapere. Un ambiente così tecnologizzato e nel quale tutti possono agire direttamente, senza intermediazioni (compresa quella giornalistica) è l’ideale per la diffusione delle fake news, che si moltiplicano come le zanzare nelle acque stagnanti.

Un fenomeno dal quale mettono in guardia gli esperti, ma anche chi si preoccupa del bene comune come il presidente Mattarella e lo stesso Papa Francesco. Il capo dello Stato ha più volte richiamato la profonda differenza fra l’informazione di tipo professionale e «le fake news - notizie contraffatte – che sono, normalmente, il prodotto di azioni malevole, abitualmente anonime, concertate allo scopo di ingannare la pubblica opinione, contando sull’effetto moltiplicatore del web e sulla assenza di sanzioni che caratterizza un mondo privo di responsabilità definibili. La pretesa di un “non luogo”, come è stato chiamato, dove ci si può permettere di propalare presunti fatti, falsati o inesistenti, senza alcuna sanzione».

Ma anche il Papa è più volte intervenuto per esprimere la sua condanna morale contro la diffusione di notizie false: «Se noi prendiamo i mezzi di comunicazione di oggi – ha detto Bergoglio – manca pulizia, manca onestà, manca completezza. La disinformazione è all’ordine del giorno: si dice una cosa ma se ne nascondono tante altre». E ha aggiunto: «Dopo i primi tempi di euforia per le novità tecnologiche, siamo consapevoli che non basta vivere “in rete” o “connessi”, bisogna vedere fino a che punto la nostra comunicazione, arricchita dall’ambiente digitale, effettivamente crea ponti e contribuisce alla costruzione della cultura dell’incontro». Insomma le uniche bufale buone restano le mozzarelle.

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