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Dalle fasi della pandemia alla guerra in Ucraina

Dalle fasi della pandemia alla guerra in Ucraina

Quasi tutte le testate hanno sostituito le cronache con il racconto attraverso registri che creano consenso. I contagi e il rifiuto dei vaccini come le immagini dei bambini in lacrime o dei corpi dilaniati nei bombardamenti hanno contrassegnato le fasi degli ultimi due eventi globali

11 Giugno 2022

Michele Partipilo

Classe Media

Michele Partipilo

Viviamo nella società dell'informazione e la nostra vita è dominata dai media. Ma dei tanti problemi che generano raramente se ne parla. In questo blog proviamo a farlo.

Da qualche tempo ha preso piede il termine «narrazione» per indicare una serie di cronache giornalistiche attorno a un fatto. È difficile dire quanti ne conoscano il significato proprio e usino il termine con consapevolezza. Il vocabolario Treccani ci dice che la narrazione è una «forma di comunicazione argomentata tesa a conquistare consensi attraverso un’esposizione che valorizzi ed enfatizzi la qualità dei valori di cui si è portatori, delle azioni che si sono compiute e si ha in programma di compiere». Dunque qualcosa di affine alla cronaca, ma in realtà molto diversa e dotata di un subdolo potere di condizionamento se non di alterazione della realtà. Per esempio, la fase iniziale della pandemia nel 2020 è stata raccontata attraverso la narrazione dei contagi, visti come fenomeno eccezionale.

Ogni prima manifestazione del virus in una regione e poi in una città faceva notizia, tanto da diventare uno stigma per la povera vittima. Dovette intervenire il Garante per la privacy a chiedere il rispetto dell’anonimato per tutti coloro che si ammalavano. Seguì la narrazione del lockdown: città deserte, code ai supermercati, gente che suonava dai balconi o dai terrazzi. Fu il momento dell’ «Andrà tutto bene». Ogni fase della pandemia ha avuto la sua narrazione: attraverso le prime guarigioni, attraverso la ricerca di cure, attraverso le vaccinazioni e poi attraverso l’opposizione ad esse. Adesso accade lo stesso con la guerra in Ucraina. L’intera fase iniziale ha visto la narrazione del conflitto attraverso le immagini dei bambini.

Per almeno due settimane tutti i media hanno utilizzato il tema minorenni come filo conduttore delle cronache, illustrandolo attraverso immagini di ogni genere: dolorose, di distacco, di giochi improvvisati, di tentativi di normalità, di famiglie separate. Situazioni diverse per raccontare la guerra, ma sempre attraverso il registro dei bambini. E infatti la fase iniziale del conflitto, rispettando alla lettera il significato del termine narrazione, ha visto un consenso pressoché unanime per gli ucraini e senza che alcuno mettesse in discussione valori come la difesa dei più piccoli o delle famiglie. Il passo seguente è stata la narrazione attraverso le immagini belliche: edifici bombardati, corpi di persone falciate per strada, carri armati distrutti, lanci di missili e ogni altro filmato o fotografia che potesse illustrare la resistenza ucraina e la crudeltà dei russi. È da notare come in questa fase del conflitto scarseggiassero notizie sulle perdite subite dall’esercito di Kiev e mancassero del tutto le relative immagini. La macchina comunicativa ucraina si è mostrata più preparata individuando subito i filoni narrativi da sfruttare e offrendo materiali in abbondanza a giornalisti, cineoperatori e fotografi. La fase successiva ha demolito la narrazione degli invasi per cominciare a dare spazio alla narrazione degli invasori, che però si è mostrata meno efficace, priva di un uguale potere di creare consenso.

La causa risiede nel modello adottato dai russi, la «disinformatia», risalente alla guerra fredda e cioè una pratica costante e ostinata di confondere dati o negare fatti, anche i più evidenti, associata al richiamo di motivazioni politiche di vario genere. Si spiegano così i continui riferimenti alle ingerenze degli Stati Uniti, ai tentativi della Nato di entrare in tutti i Paesi dell’Est, alla missione di estirpare il neonato nazismo di marca ucraina. Durante la pandemia, ma soprattutto durante il conflitto in corso, abbiamo avuto poca cronaca degna di questo nome. Seguendo la «moda» e condizionate da oggettive difficoltà, quasi tutte le testate giornalistiche hanno preferito la narrazione piuttosto che il resoconto asettico e tracciato dei fatti. Materiali dell’una o dell’altra parte belligerante sono stati spesso offerti come elementi oggettivi, frutto della ricerca dell’inviato di turno. Eppure il «Testo unico dei doveri del giornalista» impone di indicare sempre quale sia la fonte delle notizie, salvo quando non si tratti di fonti fiduciarie per le quali è il giornalista stesso a farsi garante di veridicità e attendibilità. Diventa questo un terreno fertile non solo per fake news, ma soprattutto per analisi e visioni che confondono realtà e ideologia, vero e verosimile.

È tutta colpa dei giornalisti che non sanno fare più il loro mestiere o che preferiscono farlo in una maniera più approssimativa? Può darsi. Però può darsi anche che sia colpa del modo generale di fare informazione, che vede come punto di partenza il successo (anche personale), l’audience, l’allineamento all’andazzo generale e non più la ricerca della verità sostanziale dei fatti, come ammonisce il primo comandamento della legge professionale. La cronaca, se non sai maneggiare bene gli attrezzi del mestiere, può rivelarsi arida, ripetitiva fino a diventare noiosa. Al contrario, la narrazione dà sfogo alla creatività, alle velleità letterarie che si nascondono in ogni giornalista.

Basta contare i resoconti redatti in prima persona per rendersene conto. Non un testimone al servizio del pubblico, ma un testimone al servizio della propria immagine. Così va il mondo ed è forse per questo che l’informazione non è più in cima ai valori da difendere a ogni costo. Perché sta diventando solo narrazione.

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