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In Puglia e Basilicata

INTERVISTA

Quando il giornalista «crea» la notizia

Quando il giornalista «crea» la notizia

Mondo politico e professionale in subbuglio dopo il caso Lavrov. Nulla di nuovo sotto il sole: da Enzo Biagi a Oriana Fallaci ogni scoop ha scatenato un putiferio. I politici conoscono bene il baratto per avere visibilità.

07 Maggio 2022

Michele Partipilo

Classe Media

Michele Partipilo

Viviamo nella società dell'informazione e la nostra vita è dominata dai media. Ma dei tanti problemi che generano raramente se ne parla. In questo blog proviamo a farlo.

Da qualche giorno il mondo politico e mediatico italiano è agitato dal «caso Lavrov», il potente ministro degli Esteri russo. Il fatto: domenica 1° maggio nel talk show di Rete 4, Zona Bianca, Giuseppe Brindisi ha intervistato il fedelissimo di Putin, un vero e proprio scoop. Per circa 40 minuti il ministro ha detto di tutto e di più in risposta a qualche timida domanda del giornalista. Le reazioni sono state immediate. Dal Pd agli esponenti di governo, per finire allo stesso presidente Draghi, sono partite bordate contro Brindisi, accusato di non aver incalzato il suo ospite e che Zona Bianca si sia così trasformata in uno strumento della propaganda del Cremlino in Italia. L’episodio, letto insieme alla crescente presenza di ospiti filo russi in tv, ha alimentato il sospetto che si stia utilizzando la guerra in Ucraina come tema per spaccare la maggioranza di governo e far cadere. Insomma, l’occhio è sempre alle elezioni.

Anche molti giornalisti non sono stati teneri con Brindisi. Ma qui il motivo è ben chiaro e, prima ancora che da possibili rilievi professionali e deontologici, è costituito dalla gelosia verso un collega che è riuscito a fare un bel colpo.

E veniamo ora alle questioni che il caso ha sollevato. Innanzitutto va ribadito che è libertà del giornalista intervistare chiunque egli ritenga che in quel dato momento storico possa riscuotere l’interesse del pubblico. Lavrov è sicuramente personaggio di grandissimo interesse in questa fase, così come lo erano i Casamonica quando furono intervistati da Vespa; come lo era Raffaele Cutolo quando fu intervistato da Enzo Biagi; come lo era l’ayatollah Khomeini quando fu intervistato da Oriana Fallaci.

Non a caso l’intervista – si legge sui dizionari – è una delle attività tipiche del giornalismo, oltre che un diffuso genere letterario. Recentemente il presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, ha tentato di trasformarlo anche in un genere politico facendosi un’autointervista, ma questo è un altro discorso. Una buona intervista richiede al giornalista una grande preparazione e la consapevolezza del fatto che in quel momento sta «creando» lui la notizia. Si può sempre discettare circa il suo ruolo, cioè se si sia limitato a concedere una visibilità più o meno ampia al suo interlocutore, oppure se lo abbia stretto nell’angolo con domande scomode o contestandogli fatti precisi. Insomma, se si sia trattato di un’intervista scendiletto o no. Ciascuno – come appunto nel caso Lavrov – è libero di farsi un’idea, che però è quasi sempre dettata più dalle personali simpatie che da una valutazione oggettiva.

L’opinione pubblica, però, non conosce che cosa c’è dietro l’intervista e quali meccanismi la governano, al di là della nobile motivazione di dare un contributo alla conoscenza dei fatti. Innanzitutto vi sono interviste che hanno valore per il solo fatto di essere riusciti a interloquire con un certo personaggio. È il caso – per esempio – della regina d’Inghilterra che non concede interviste. Fu il caso di Indro Montanelli quando nel 1959 intervistò Giovanni XXIII: era la prima volta di un Papa. Ma dietro un’intervista ci sono anche molte zone grigie. Più importante è il ruolo dell’intervistato, più paletti pone il suo addetto stampa circa le domande che è possibile rivolgergli.

A volte c’è un vero e proprio elenco di questioni vietate. Per onestà il giornalista dovrebbe rifiutarsi di fare interviste con molte limitazioni, perché è altissimo il rischio di trasformarsi in megafono di qualcuno. Per decenni, i giornalisti sono stati condannati per diffamazione proprio perché ritenuti dai giudici «cassa di risonanza» per giudizi diffamatori espressi dagli intervistati. I magistrati ritenevano all’epoca che il giornalista dovesse fare da censore: di fronte al politico che tacciava un ministro di essere un ladro o un corrotto, il giornalista doveva cancellare quel passaggio.

Per fortuna, in seguito a una sentenza del 2001 delle Sezioni Unite della Cassazione, si sono cominciati a fare dei distinguo sul ruolo e il peso pubblico di accusato e accusatore. Un influsso notevole lo ricopre anche il carisma dell’intervistato: quando Fabio Fazio ha avuto in diretta papa Francesco a Che tempo che fa sembrava un praticante al primo giorno di lavoro e anche lì domande incalzanti non se ne sono sentite. Nella stragrande maggioranza dei casi, però, l’intervista è frutto di un baratto. Ti intervisto, magari va in prima pagina se tu mi dici… L’interlocutore, soprattutto se è un politico accetta di buon grado; anzi, spesso previene il giornalista: il suo ufficio stampa chiama in redazione e «offre» delle affermazioni clamorose ed esclusive in cambio di una visibilità più o meno ampia. Nel caso Lavrov come è andata?

Brindisi poteva tentare di essere un po’ più ficcante, anche se non è facile incalzare il ministro degli Esteri russo. Senza contare che nessuno conosce le «condizioni» poste per concedere l’intervista e che alla fine l’importante era fare lo scoop, tanto che lo stesso Brindisi – forse per far schiattare ancor più d’invidia certi colleghi – ha detto che sta cercando Putin.

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