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Il caso mediatico

Parla Giuseppe Brindisi: «Lavrov in tv? Io non censuro come in Russia»

Parla Giuseppe Brindisi: «Lavrov in tv? Io non censuro come in Russia»

La posizione del giornalista barese protagonista dell'intervista al ministro degli esteri russo che ha fatto il giro del mondo

03 Maggio 2022

Michele De Feudis

BARI - Giuseppe Brindisi, giornalista barese, conduttore di Zona Bianca su «Rete4», si attendeva tanto clamore - da Palazzo Chigi ai leader di partito, al Copasir - per un colpo giornalistico come l’intervista al ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov?

«Giornalisticamente l’intervista aveva un grande peso, l’esponente politico non andava in altre tv da mesi: era stato prima solo ospite di “Al Arabiya” o della Tv di Stato cinese. Non pensavo che potesse dire le cose gravi che ha poi dichiarato nel nostro studio e non pensavo che io potessi finire nel macinino dell’invidia, che c’è ed è molta, e dell’ipocrisia della politica italiana». 

Uno scoop che segnerà il suo percorso professionale.
«Vado avanti a testa alta. Ho fatto il mio dovere. Porto le notizie e ne ho portate a sufficienza con questa intervista. Non dovevo certo dichiarare guerra alla Russia e mettere l’elmetto».

Si discute dello spazio concesso dai media italiani ed europei alla versione russa del conflitto nell’Est. Cosa ne pensa?
«Accusiamo i russi di vivere in una dittatura, in una autocrazia con libertà compresse e censura. Vogliamo fare la stessa cosa in Italia? È un paradosso vero e proprio. Ora censuriamo i russi?».

Il segretario del Pd Enrico Letta ha descritto l’intervista di Lavrov come «un’onta per l’Italia».
«Ho beccato una foto di Letta che stringeva la mano a Putin. Se il leader dem mi promette che non siede a nessuno tavolo con Lavrov o altri politici del regime russo, per firmare la pace e un contratto di forniture di gas, mi fustigo con il cilicio… Ma non succederà. La politica è quella. Da giornalista, rivendico di non dover prendere posizioni».

Le sue domande sono state tutt’altro che indulgenti, a partire da quelle sulla strage Bucha.
«Non ho fatto sconti. Gli ho ricordato il video della “Cnn” sulla strage nel paesino ucraino. In 41 minuti di intervista, ho formulato 20 domande, 16 dirette e 4 interlocuzioni. Di che comizio si parla? Ha detto le cose più interessanti quando l’ho interrotto, senza dimenticare le difficoltà nel tenere il ritmo della trasmissione con un dialogo in video e la traduzione dell’interprete».

Qualcuno ribatte dicendo: domande incalzanti dei media occidentali nelle conferenza stampa di Zelensky non se ne ricordano…
«Dall’inizio della guerra sono schierato con l’Ucraina, accusato ferocemente dai filoputiniani. Ho ospitato il vicepremier ucraino Olga Stefanishyna, il sindaco di Kiev Vitali Klitschko, il sindaco di Bucha, non scriviamo più Kiev ma Kyiv in ucraino, saluto gli ospiti con “Slava Ukraini”, ma nelle conferenze stampa di Zelensky non ho visto finora alcun contraddittorio. Quando vedo le critiche nei miei confronti che arrivano dai giornalisti più vicini all’Ucraina ho il dubbio che i russi non dicano solo fake news… Questa intolleranza o ostracismo a prescindere puzza. Sono stato attaccato dalla collega Marta Ottaviani, che avevo invitato alla trasmissione. Si è detta fiera di non essere venuta nel mio studio, ma non sapeva certo cosa avrebbe detto Lavrov».

Quale il ruolo dei media in questa fase?
«Raccontare quello che succede, con occhi il più imparziali possibile, perché il pubblico possa fare la sua sintesi. Quando faccio una domanda a Lavrov, mi risponde, lo incalzo, mi risponde, basta. Non devo litigare».

C’è però il rischio di amplificare la propaganda delle due parti del conflitto. Che antidoti ci sono?
«Una intervista fa emergere le idee del personaggio, le domande cercano solo di fargli tirare fuori quello che pensa veramente».

Aveva già intervistato il filosofo tradizionalista ed eurasista Dugin, considerato vicino al Cremlino, ora Lavrov. Ha già in mente il prossimo ospite?
«Dugin, il presunto ideologo di Putin, se ne era andato dalla trasmissione, chiudendo il collegamento polemicamente. L’ho attaccato ed è scappato, perdendo così l’intervista. Battuta per battuta, spero di avere Putin…».

La prossima trasmissione?
«Non pongo limiti alla Provvidenza. Vorrei avere un leader ucraino o un israeliano per comprendere l’impatto delle dichiarazioni di Lavrov a Tel Aviv. Lavrov? Se torna, lo prendo».

Lei è di Bari, ricorda il legame della città di San Nicola con la Russia. Qui venne Putin per adorare la tomba di San Nicola. Si registra in Italia una crescente ostilità per il popolo russo.
«La russofobia è un errore grave. Sono stato tre anni fa a capodanno tra Mosca e San Pietroburgo, città molto occidentali. Amo Tolstoj, Dostoevskij. Le racconto un aneddoto».

Prego.
«Mia figlia studia danza e ha vinto una borsa di studio al Bolshoj. Prima non poteva andarci per la pandemia, ora per la guerra. Poi a Bari…».

Il legame con l’Oriente è un tratto fondante della città.
«Quando andavo a scuola al Di Cagno Abbrescia, arrivavo nell’istituto da Modugno, e prendevo il bus numero 4 che passava proprio davanti alla basilica ortodossa. Spero che Bari resti accogliente verso chi viene da Oriente, mentre vorrei tornare presto in Russia, in tempi di pace, che auspico arrivi in fretta. Purtroppo la guerra e le sanzioni fanno tornare indietro le lancette della storia e alla fine tra i popoli restano macerie di relazioni culturali e internazionali costruite con anni e anni di dialogo».

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