Martedì 18 Dicembre 2018 | 13:39

L'anomalia italiana

Governare salute e giustizia

Giorgio Assennato

Giorgio Assennato

In Puglia, in particolare, i problemi dell'inquinamento ambientale per decenni nascosti sotto il tappeto, sono di difficile definizione e di quasi impossibile soluzione. Dall'Ilva a Cerano, da Barletta a Foggia la percezione del rischio dei cittadini è molto elevata con conflitti che sembrano nodi gordiani. C'è una via basata sulla evidenza? Se c'è, è sufficiente? O ci vuole una visione più ampia rispetto agli aspetti tecnico-scientifici?

Nell’ultimo blog ho chiuso promettendovi di chiarire nel successivo (questo) perché è scorretto, e soprattutto inopportuno definire l’accettabilità dell’impatto ambientale e sanitario di sorgenti emissive industriali soltanto valutando il rispetto dei limiti ambientali (emissivi o immissivi, cioè al camino o nell’aria urbana introno allo stabilimento). Effettivamente per decenni ha sempre funzionato così, più o meno bene (o più o meno male, a seconda del punto di vista). Era una società che implicitamente accettava il costo (non soltanto economico) degli impianti industriali, visti in alcuni casi come l’unico strumento utile per la modernizzazione del Mezzogiorno, in grado di creare una soggettività sociale e politica nuova, il “Movimento operaio”. Questo era il “sentiment” dei partiti storici della sinistra italiana. Ma ad essa si sovrapponeva la visione strategica della classe dirigente di governo (il cui riferimento politico era la DC) che portò all’istituzione, all’inzio degli anni ’60, del quarto centro siderurgico di Taranto. Ma perché parlo di queste cose, uscendo dal mainstream che portava direttamente al target del messaggio del mio blog?

Beh, io potrei, con approccio ultratecnicistico, puntare direttamente al bersaglio e spiegare l’anomalia italiana, che ho denunciato al recente convegno della International Society of Environmental Epidemiology, tenutosi a Roma all’inizio di settembre, sotto la responsabilità scientifica del mio amico Francesco Forastiere (ipse!!). Una delle sessioni riguardava l’uso giudiziario dell’Epidemiologia. Il prof. Masera, docente di diritto penale all’Università di Brescia e creatore del cosiddetto “accertamento alternativo” che prevede la piena fruibilità degli studi epidemiologici nel processo penale, aveva terminato la sua presentazione nella quale aveva descritto il principio ( proprio di una certa giurisprudenza italiana) della cosiddetta “causalità collettiva (ad integrazione dei consolidati concetti di “causalità generica” e “ causalità specifica” (ne parlerò nei prossimi blog), ed io rivolsi questa domanda ai chairmen della sessione (epidemiologi non italiani di chiara fama): Premesso che come scienziati, gli epidemiologi dovrebbero avere una posizione comune sulla base dell’evidenza scientifica, a prescindere dalle differenti legislazioni nazionali, come è possibile che in Italia, magari seguendo il principio invocato dal prof. Masera (che descriverò quando tratterò della causalità), si possa mandare in galera qualcuno per eccessi di rischio pari al 3-4% rispetto all’atteso (Rischio relativo=1.03-1.04) laddove negli Stati Uniti per ottenere la compensazione in sede di processo civile ( tort law) di una malattia causata da una esposizione professionale o ambientale, è invece necessario un eccesso di rischio pari al 100% (Rischio relativo=2)?

Si noti bene che un rischio relativo di 2 corrisponde ad un rischio attribuibile negli esposti pari al 50%, che è alla base del principio della “preponderanza dell’evidenza”. Significa cioè che la malattia oggetto dello studio è attribuibile al 50% all’esposizione. Se supera il 50%, si potrà affermare che è più probabile che la malattia sia attribuibile alla specifica esposizione piuttosto che ad altri fattori. Il principio della preponderanza dell’evidenza (più probabile che sì rispetto al no) presuppone eccessi di rischio che si riscontrano solo in casi eccezionali (fumo attivo di sigaretta peri tumori polmonari o tumori pleurici per l’amianto): appare un criterio molto restrittivo e penalizzante per chi chiede il riconoscimento della malattia da cause professionali o ambientali.

Ma, pur chiarendo che questa problematica è proprio quella di mia competenza tecnica e quindi ne parlerò a lungo, voglio precisare che non si possono affrontare problemi così complessi con un approccio così riduttivo, perché non chiarisce il contesto e non rende conto delle ragioni profonde alla base di differenze così macroscopiche tra nazioni affini dal punto di vista sociale e culturale. Quindi torno a quanto scritto all’inizio e voglio partire con un riferimento molo specifico. Ne parlavo stamattina col mio amico e collega prof. Filippo Cassano, docente di Igiene industriale nell’Istituto di Medicina del lavoro della facoltà medica di Bari (mi piace chiamarlo ancora così, con una nomenclatura vintage a cui sono affezionato). Gli riferivo stamattina quanto da me vissuto all’inaugurazione dell’anno accademico della mia Università lo scorso maggio. Oltre alle autorità accademiche e politiche locali, c’era la massima Autorità dello Stato, il Presidente Mattarella, e la famiglia di Aldo Moro, a cui è dedicata la nostra Università, che ha l’onore di aver vantato trai suoi docenti lo statista salentino. Fu proiettato un video di un discorso che Moro aveva tenuto in Puglia nel corso di una sua visita negli anni Sessanta e in cui giustamente rivendicava il merito di aver fortemente voluto l’industrializzazione della Regione, con uno specifico riferimento all’acciaieria tra gli ulivi (riprendendo il titolo di una pubblicazione coeva curata dallo scrittore Mario Pomilio, sponsorizzata da Finsider. Sempre tra parentesi, merita la lettura, anche per gli struggenti disegni del pittore ligure Ugo Sanguineti).

Nessuno (nemmeno il Presidente della Regione che ha una particolare sensibilità in materia) ha poi avuto il coraggio di affrontare il tema posto da Aldo Moro, che, col senno di oggi” appare angosciante. Ma Aldo Moro fu un benefattore (a lui è legata la crescita sociale e civile prodotta dall’ industrializzazione pugliese) o addirittura un malfattore (complice morale delle morti bianche e del disastro ambientale di Taranto)?

Cercherò di dimostrare perché Moro, oggi nel 2016, e ragionevolmente anche in futuro, debba essere considerato sic et simpliciter un benefattore.

Proverò a cimentarmi in questa ardua impresa (per la quale riconosco di essere tecnicamente incompetente) nei prossimi blog.

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