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Bari, il portiere Frattali rinnova fino al 2023

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Imprese alla prova del rischio-reato: «Il decreto 231 è un buon deterrente». Rivedi la diretta

Gli interventi di Nitti, Rossi e Sisto: segui la conferenza sul canale youtube di Confindustria Bari-Bat

bariIl paradigma di «autonormazione» che permette alle imprese di costruire da sé il quadro dei rischi e dei relativi rimedi presenta un livello di complessità ancora troppo alto. Soprattutto per quello che riguarda il Decreto legislativo 231, che da vent’anni ha reso gli «enti» responsabili per la quasi totalità dei reati compiuti dai propri dipendenti: un approccio di stampo europeo che sconta ancora numerosi profili di incertezza, oltre che costi indotti non indifferenti. Costi che le imprese vorrebbero rendere detraibili.

«L’imprenditore sa di vivere nel rischio, ma di fronte a questo rischio è possibile lavorare con una attività di prevenzione», ha detto il procuratore facente funzioni di Bari, Roberto Rossi, intervenendo insieme al collega di Trani, Renato Nitti, al seminario organizzato da Confindustria Bari-Bat («Imprese&231 un binomio vincente») insieme agli Ordini degli avvocati rappresentati dal presidente Tullio Bertolino (Trani) e dal vicepresidente Serena Triggiani (Bari). Nitti (che proprio in tandem con Rossi, molti anni fa, ha sperimentato a Bari una delle prime applicazioni in Italia della 231 «a imprese strutturate per commettere illeciti») ha toccato il cuore del problema: analisi di rischio, modelli organizzativi e Organismi di vigilanza «possono essere un enorme sperpero di denaro oppure livelli che devono incrociarsi tra loro. La 231 si colloca in un contesto in cui il legislatore valorizza la convenienza: se vuoi lavorare bene devi osservare da fuori il tuo lavoro, mappando le procedure, identificando i rischi e mettendo a punto meccanismi per prevenirli. È un po’ quello che avviene oggi negli uffici giudiziari con il progetto organizzativo delle Procure. Ed è questo il valore aggiunto».

La 231 consente all’impresa di «salvarsi» dalle sanzioni collegate a un reato – attribuite secondo un criterio molto simile alla responsabilità oggettiva - se dimostra di aver fatto tutto quanto possibile per evitare l’evento illecito. Può essere un manager che paga una mazzetta, o un impianto che scarica liquami in un fiume: se il reato è compiuto per avvantaggiare l’«ente», questo ne risponde anche sotto il profilo economico. Naturalmente bisogna distinguere. «E’ evidente – ha spiegato il procuratore Rossi – la diversità tra il reato compiuto dall’amministratore delegato, che si identifica con l’impresa, e quello del dipendente di una sede periferica». Ma è più difficile di così. Rossi ha individuato «una difficoltà anche di preparazione tecnica di consulenti e avvocati, un non equilibrio nella attività di giudici e procure», e ha sottolineato l’esistenza di «norme non chiare che scaricano sugli operatori difficoltà di tipo politico». Ma ha anche riconosciuto che la 231 funziona. «C’è una efficacia importante dal punto di vista sanzionatorio, perché non esiste più un problema di prescrizione ma una decadenza sul modello civile». Il termine insomma riparte da zero ogni volta che la Procura si attiva: «È un dato di fatto che i patteggiamenti sono molto elevati. E che la previsione della confisca del profitto ha un effetto di deterrenza elevatissimo».

Il procuratore Nitti ha spiegato che l’adozione della 231 tra le imprese (anche tra le più piccole) ha accelerato quando la responsabilità è stata allargata anche ai reati colposi. «Oggi – ha detto - è estremamente imprudente, per tutte le società, non adottare un modello di organizzazione e gestione». Ma, ha fatto notare il sottosegretario alla Giustizia, Francesco Paolo Sisto (Fi), «punire soltanto la colpa grave potrebbe rendere la 231 ben fatta ed efficiente. La platea dei reati è stata ampliata senza una logica. È un po’ difficile chiedere all’imprenditore di organizzarsi per prevenire qualcosa che non è voluto». E le imprese chiedono di essere aiutate sul fronte dei costi: «E’ necessario affidarsi a più specialisti – ha detto il presidente di Confindustria Bari-Bat, Sergio Fontana – perché non c’è nessun professionista che da solo abbia tutte le competenze necessarie. Gli oneri collegati con l’implementazione della 231 andrebbero defiscalizzati».

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