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Il ricordo di Braynt

Kobe, la morte di un semidio innamorato del Belpaese

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«....qualsiasi cosa io farò, sarà sempre quel bambino con i calzettoni, il cestino della spazzatura nell’angolo e 5 secondi ancora sul cronometro, palla in mano. 5… 4… 3… 2… 1. Ti amerò sempre. Kobe».
Termina così la lettera d’addio al basket giocato di Bryant ormai 4 anni or sono, una dichiarazione d’amore per il gioco, oggi ancora più struggente, alla notizia della sua morte. Una scomparsa prematura (41 anni) e tragica (con lui la figlia 13enne) come il destino degli eroi della mitologia, quei semidei che hanno catturato il cuore, animato i sentimenti e scatenato la fantasia di tante giovani generazioni.
Proprio come ha fatto Kobe, un fuoriclasse che ha impastato sogni, ambizioni e talento con la cultura del lavoro duro, della tenacia e della perseveranza, per regalare fantastiche sensazioni a milioni di tifosi e appassionati in tutto il mondo. Gli stessi oggi colpiti da un dolore profondo come una vertigine per la tragedia che ha distrutto altre 4 famiglie, oltre quella del nostro moderno eroe della palla a spicchi, rimpianto e commemorato dal mondo sportivo e non, da Totti e Del Piero, da Federica Pellegrini, dal tennista Kyrgios in campo con la canotta n. 8 dei Lakers, ma anche dai presidenti Usa, Trump e l’ex Obama, perché la figura di Bryant trascende l’ambito sportivo, fino a far dire a un commentatore radiofonico di Los Angeles: «È come con JF Kennedy, ognuno di noi ricorderà dov’era quando ha avuto la notizia della morte di Kobe».
Forse è un’esagerazione, ma si tratta di una figura titanica, in parte come è stato Mohammed Alì, amato per le sue battaglie dentro e fuori dal ring in favore della sua gente, in un Paese dove lo sport ha un radicamento sociale profondo. Proprio come l’ex 24 gialloviola stava facendo nel secondo tempo della sua vita, pieno di attività benefiche e iniziative a favore dei giovani.
Genio e dedizione sul rettangolo della amata palla a spicchi, intriso di cultura italiana, grazie ai suoi trascorsi tra Rieti, Reggio Calabria, Pistoia e Reggio Emilia, dove il papà Jo si è evoluto dal 1984 al 1991. In Italia, da 6 a 13 anni, ha appreso i primi rudimenti cestistici (e un italiano vicino alla perfezione) che lo hanno portato sulle orme del più grande di tutti i tempi, il suo idolo e amico fraterno, Michael Jordan, fino a diventare il «Black Mamba», letale con la palla in mano, ma dentro capace di emozionarsi come un bambino. E di far emozionare tutti. 5… 4… 3… 2… 1. Ti ameremo sempre, Kobe.

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