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Un Paese per giovani: l'Italia dopo il virus

Valentina Calzavara e Daniele Ferrazza, un racconto per rinascere «diversi da prima»

Un Paese per giovani l'italia dopo il virus

Mi guardo attorno e vedo un orizzonte frastagliato, confuso. L’aria densa, opprimente, stagnante, come di palude. Tutto è immobile. Chi vi parla non è un bambino, né un vecchio. Non ha importanza la sua età, vi basti sapere che sta attraversando quel periodo della vita in cui la gioventù procede spedita verso l’età adulta. È semplicemente il momento in cui capire meglio chi diventare avendo presente chi non si vuole essere. È un girovagare con i sensi aperti nel Paese del Quasi: l’Italia. Quasi pronta per fare figli, quasi pronta per andare a vivere da sola, quasi quasi me ne vado all’estero e divento materia grigia in fuga.

«La mente dell’uomo è capace di tutto – perché contiene tutto, il passato come il futuro» scriveva Joseph Conrad vagando nella tenebra. Perché è un po’ così che mi sento e si sentono i giovani come me, credo.

Ci guardiamo attorno con un certo spaesamento. Abbiamo la sensazione di camminare su un presente traballante che a volte sovrasta la voglia di afferrare il futuro. È come stare affacciati alla vertigine aspettando di trovare il coraggio di sporgerci un poco a guardare, travolti dal timore di scoprire una realtà che non ci piace e da cui vorremmo scappare.

Nel freddo della storia recente qualcuno è tornato a parlare di ricostruzione come nell’Italia del dopoguerra. «Passato il virus bisognerà pur ripartire» ci siamo detti. Ma come è possibile ricominciare? Come si fa a risollevar mattoni dove non ci sono nemmeno macerie? E poi sentiamo, chi lo dovrebbe fare?

Quelli come me. I giovani. E a dire il vero non serviranno malta e cazzuola perché quello che dobbiamo rimettere in piedi è qualcosa di impalpabile come il nostro futuro, le idee, l’entusiasmo con i quali dare una forma migliore alla nostra epoca. Qualcosa di immateriale che deve diventare materia dei nostri sogni. È più tosta di quel che pensavo.

Se l’Italia è stata per secoli terra di «santi, poeti e navigatori» ora dovremmo farla diventare il posto dei «sognatori che si avverano». Perché quando un sogno si avvera si realizzano anche le persone. Mi riferisco a quanti hanno un progetto e lo vogliono realizzare a tutti i costi utilizzando come scorciatoie intelligenza e capacità. Ne abbiamo assoluto bisogno e possiamo riuscirci.

Siamo davvero disposti a cambiare le cose? Qualche suggerimento? Il merito dovrebbe diventare la forma più alta di riconoscimento collettivo ancor prima che individuale. Non parlo della bravura del singolo, ma della consapevolezza che la nostra società, il nostro Paese, e quindi ognuno di noi, si meritano il meglio e devono dare il meglio. Per il bene di tutti. Il mio e il tuo: il nostro.

Ai nostri genitori chiediamo di essere impopolari a fin di bene. Per favore: non chiamateci «bamboccioni» ma spingeteci fuori dallo steccato. Grazie al cielo non abbiamo patito la fame, non siamo scappati sotto alle bombe, non abbiamo vissuto la durezza del fronte né il tempo della pellagra e della povertà. Non è una colpa, nemmeno un vanto, ma la culla del benessere non diventi un alibi per la nostra inerzia, lo dobbiamo ripetere a noi stessi: guai a rimanere fermi sempre al punto di partenza, vittime di una catalessi da tastiera che ci porta a non scegliere da che parte andare, da che parte stare o quale direzione prendere.

Finire nella zona meno comoda, fare i conti con l’incertezza ci costa molta più fatica in tempi di relativa bambagia ma è il nostro battesimo per diventare adulti. E i riti vanno rispettati, ieri come oggi. Madri e padri, supportateci dunque ma non allontanateci dalle esperienze che saranno l’inizio della nostra vita «da grandi». Lasciate che la voglia di fare ci invada, che l’entusiasmo bagni i nostri pensieri, che il bisogno di respirare aria di mondo ci porti a saltare quello steccato finché la gioventù è tra i capelli e i polmoni sono buoni per correre.

Se vogliamo salvarci su questo pianeta dobbiamo davvero rimboccarci le maniche. Lo diciamo da troppo tempo, lo promettono i potenti, lo gridano i ragazzi e le ragazze che sfilano tenendo mappamondi tra le mani. Non abbiamo mantenuto la parola data. Almeno fino a quando è comparso il virus e noi avremmo voluto nasconderci dentro a un bosco, sopra la cima di un monte, nuotare in mezzo al mare, stare sull’erba a piedi scalzi, dovunque tranne che chiusi dentro paesi che sono diventati «zone rosse» dove eravamo costretti assieme alla malattia. Per il nostro domani ci servono metropoli rinate e sostenibili allungando le piste ciclabili, recuperando i parchi dismessi, portando i fiori tra il grigio dei palazzoni, curando di più il verde pubblico che sarà per molto tempo il nostro salotto d’incontri, visto che è meglio stare alla larga dai luoghi troppo chiusi e troppo affollati. Quando eravamo tutti in fila per entrare al supermercato abbiamo sognato un fazzoletto di terra da coltivare come facevano i nostri nonni, con la sapienza dei contadini che raccoglievano l’insalata d’estate e il radicchio d’inverno. Un modo per ritrovare sensazioni perdute, l’odore del basilico che resta impresso sulle mani, quello del rosmarino che non riesce più a scappare dalle narici, l’idea di addentare un pomodoro quando è ancora caldo del sole. Provare per credere. Ha il gusto dell’estate. Insomma, abbiamo riscoperto la botanica come scienza del pane, e dalla campagna continueremo a portarla sui davanzali.

Che cos’è la speranza se non una forza immensa, la brezza che accarezza un auspicio e l’energia per realizzarlo. Non dovremo perdere la fiducia nei momenti difficili che verranno, non dovremo dimenticarci della felicità delle cose semplici. Toccherà alle ragazze e ai ragazzi d’Italia, talvolta poco avvezzi alle rinunce. Stiamo rischiando grosso. Potremo essere i prossimi naufraghi e trovarci in balia delle onde di una crisi economica rovinosa. Il lavoro che diventa meno di poco. Ci potranno essere periodi in cui non avremo molto, ma dovremo tenere lontano da noi il pensiero di non avere niente. Guardiamoci attorno e proviamo a trovare gioie gratuite. Una passeggiata al sole, un albero di ciliegie, una montagna innevata, l’odore di fieno, l’autunno nei parchi. Non saranno soluzioni ai macigni delle nostre preoccupazioni, ma un lenitivo. Facciamoci trovare pronti a catturare la felicità quando passa. Allora il nostro diario conterrà i baci sospirati davanti al portone di casa, le delusioni e gli amori appena nati, lo striscione in testa a un corteo, i banchi di scuola e gli zaini pieni, i voli per l’Erasmus, le fredde mattine alla stazione dell’autobus, le notti sul bagnasciuga che bisogna abbracciarsi per scaldarsi, l’alba al faro con il cielo striato di rosso e le corde tese di una chitarra, il colloquio di lavoro sperando che non sia una fregatura, le soddisfazioni, l’inesperienza e la voglia di imparare, di camminare, di dare slancio alle nostre idee.

Dare potere alla nostra fantasia. Tessere nuovi fili e nuove trame. Dare un senso e amare la vita con i suoi pregi e le sue imperfezioni. Adoperare la creatività per nutrirsi della bellezza. È un privilegio non negoziabile. «L’arte deve essere di tutti, se vogliamo che il potere cada dalle solite mani, dobbiamo prima di tutto portare la cultura nei posti dimenticati e più impensati» scrive Carla Fracci nella sua autobiografia. Non solo tra i velluti dei teatri ma anche nei sottopassi delle stazioni dove i murales fanno da scenografia. Quanti meravigliosi poeti sono nati in mezzo alla polvere, quanti grandi scrittori hanno vissuto nella povertà più assoluta, quanti artisti hanno risposto con l’ingegno all’assenza della libertà. La bellezza è trasgressiva come un prodigio, può nascere dove meno te l’aspetti ed è una ricchezza di cui tutti dovrebbero beneficiare con religioso rispetto.

Ci siamo riscoperti padroni del tempo, sensazione strana per chi non era abituato a fermarsi mai. Ora che ce ne siamo riappropriati non dovremmo perderlo. Lo dobbiamo investire per immaginarci e immaginare il nostro Paese. Per convogliare volontà e progetti positivi verso una buona medicina, una amministrazione efficiente, una burocrazia agile, una società più equa e rispettosa. In tutto questo ci siamo noi cittadini, giovani e meno giovani. Non perfetti, ma pronti a diventare dei «sognatori che si avverano». Migliori, si spera. E quindi: #diversidaprima.

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