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NOVELLE CONTRO LA PAURA

Un caffè sul mare aiuta a riflettere

«La signorina mi ha servito con un bel bicchiere d’acqua. Qui al Sud lo portano sempre»

Un caffè sul mare aiuta a riflettere

Le valigie le ho fatte. Giusto qualcosa: il resto lo prenderemo dopo. O, più probabilmente, lo prenderai. Temi che io soffra nel portar via i ricordi di una vita. Intanto mi sono nascosto. Sono scappato via dalle tue premurose attenzioni di figlio, ma solo per il tempo di bermi un caffè davanti al mare di «Pane e pomodoro». Mi sono preso una pausa per pensare. Lo so che devo tornare. Alla veneranda età di settantasei anni, devo ancora rispondere a dei doveri. È proprio vero: la vita è fatta di doveri da quando si nasce a quando si muore. Si comincia con il non toccare, non alzare la voce, non piangere, non esagerare ... E poi si passa all’obbedisci: fa’ come ti dico io, fa’ quello che è più opportuno, quello che rassicura tutti. Ma io sono sempre stato un ribelle. Avevo sei anni quando «scappai di casa» per non mangiare l’agnello a Pasqua e mi nascosi in cantina. Tempo mezz’ora e mi ritrovarono. Mi chiusero al buio in camera mia. Com’era rassicurante quella penombra. Le lacrime mi si asciugarono presto ed io imparai a riavvolgermi in me stesso; seduto a terra, con le braccia intrecciate attorno alle ginocchia, pensavo.
Perché ci vuole una pausa e un po’ di solitudine per riflettere.
La signorina mi ha servito il caffè con un bel bicchiere d’acqua. Qui al Sud lo portano sempre. Da voi invece bisogna chiederlo e lo servono in dei ridicoli bicchierini da vermouth. Non dissetano. Sennò ti devi comprare la bottiglietta; pure per sciogliere la medicina me l’hanno fatta comprare. E ora mi porterai là, in mezzo a gente che non conosco, con usanze diverse dalle nostre, dalle mie. Si, lo so che è più logico, che è giusto che io non viva da solo, che senza tua madre rischierei di andare in depressione, senza Maria, la mia bussola, come farei? … so tutto, capisco tutto, ma non mi piace.
Ora l’aroma del caffè si fonde e confonde con l’odore del mare.
Cominciavamo ad andare al mare già da maggio. Saltavamo la scuola e scappavamo al molo a fare i tuffi. Il mondo e la luna. Ci toglievamo i vestiti e ci calavamo in acqua in mutande. Una volta a me e a Vitucc’ ci rubarono tutto e dovemmo tornare a casa pure senza scarpe. Scappavamo sui marciapiedi affollati inseguiti dalle risate dei passanti. Mamma si arrabbiò. Oppure no, forse fece solo una finta. Era divertita pure lei. Mi doveva fare la parte perché non ero andato a scuola. «Se lo viene a sapere tuo padre … - mi disse - Meno male che a quest’ora sta ancora al lavoro. Per questa volta non gli dico niente, ma che non capiti più! E lascia perdere Vito».
Vitucc’, l’amico mio, era il figlio del macellaio. Stavano bene, ma mia madre voleva che frequentassi gente «su». Eppoi non andava bene perché con lui facevo squadra. Andavamo a scuola all’avviamento su corso Vittorio Emanuele, al «Gimma» e all’uscita si faceva a pietrate: da una parte quelli di dopo la ferrovia, e dall’altra noi. Spesso tornavo coi segni. «Ha fatto di nuovo a botte» mi accusava mia madre, ma per mio padre io dovevo imparare a fare a mazzate, prima a prenderle e poi a darle. Comunque, era tutta colpa di Vitucc’, quest’è certo. Era la mela marcia: Lucignolo. «Fattela con chi è meglio di te e facci le spese», il che si traduceva nel comprarmi degli impossibili completi grigi e i mocassini blu. E chi se li metteva? Da ragazzino sì, ma poi mi portavo il cambio nello zaino e pure le scarpe da tennis, essenziali. Ce le avevano tutti. Scarpe da tennis e l’eskimo. Io riuscii ad ottenere un «sett’ottavi» (mia madre lo chiamava così) col cappuccio. Non era un eskimo, ma poteva andare.
Potevo partecipare alle assemblee, andare a qualche manifestazione e poi a casa di Ornella. La Rossa. Perché teneva pure i capelli rossi ed era bella, bellissima. Andavamo sempre là, tutti i pomeriggi e lei ci offriva il caffè. A casa sua era un rito la preparazione del caffè. La fiamma del gas doveva essere miccia miccia, così si insaporiva bene. Aspettavamo seduti in circolo attorno a Ornella accovacciata sul cuscino. Parlavamo a lungo. Parlavamo di politica. Io intervenivo raramente, con concetti collaudati. Avevo paura di sbagliare, di rendermi ridicolo. Il caffè ci metteva una eternità ad uscire, ma a tutti andava bene così perché allora non avevamo fretta, non avevamo orari, impegni. Manco la fretta di vivere c’avevamo. La fretta, l’ansia di vivere, di non farsi scappare niente, quella viene dopo, adesso. Quando il tempo è poco e ti pare che stia finendo. Ora inseguo ogni cosa in affanno, c’ho la smania di non perdermi niente.
Come quando mi volevo fare il bagno nel laghetto alpino. Eh? ti ricordi? «Papà, ma che fai? Ti prendi un accidenti, dai, alla tua età!». Ed era sei anni fa. E ora, chi se lo può più fare? Arriva un’età in cui non puoi più fare rinunce, perché non ci sarà mai una seconda occasione. «Quello che si lascia è perduto!» - si dice così -.
La contestazione mi è passata accanto, mi ha strusciato contro le braccia ed è passata avanti allontanandosi. Io non ho fatto niente; l’ho guardata sfilare e lei è andata oltre, come Ornella. Io non seppi coglierla.
Il caffè è carico come piace a me. Non ci metto zucchero. Mi piace il suo sapore deciso. Distendo lo sguardo tentando di spingerlo più in là, oltre. Gli occhiali da sole sono opachi. Mi è difficile scorgere l’orizzonte, sarà che con l’età la vista è annebbiata da qualche cataratta. No, sono tutte scuse. È che non vedo al di là del mio naso, non vedo dove finisce il mare, non riesco a vederne la fine. È che io non mi sono mai spinto fino in fondo, non ho mai avuto il coraggio di decidere di testa mia. Non sono mai stato bravo a difendermi dalle offese di un’imposizione di mio padre, di mia madre, di tua madre … e ora, dalle tue.
Il caffè è caldo e sicuro. Lo bevo a piccoli sorsi e disegno con la scarpa delle linee nella sabbia di «Pane e pomodoro», il lido de li puveridd. Traccio il percorso della mia vita: tutte linee spezzate, qualche conchiglia ... Ecco: quel piccolo frammento di vetro smerigliato dal mare sei tu. Verde e prezioso. Il mio prezioso figlio. Sei nato il 28 settembre, ti ha portato l’autunno, dolce e croccante come un grappolo d’uva baresana. Schiaccio gli acini in bocca e il succo mi cola giù per il mento.
Mi sono sbrodolato. Mi soccorre la ragazza che deve avermi preso per un vecchio scimunito. «Le porto un altro tovagliolino». (Si è sempre premurosi con i vecchi; come con i bambini.) La camicia si è macchiata di caffè. Bagno il tovagliolo nel bicchiere e strofino. Strico e struscio per farla ritornare bianca, pulita. Chiara. E tutto sarà più chiaro, nitido.
Torno a osservare il mare (o forse è lui che osserva me). Mi conforta e scherza abbagliandomi con i riflessi del sole sulle onde. «Andrà tutto bene» mi dice. Sono sicuro che se te lo raccontassi mi prenderesti in giro: «Papà, ma che fai? Parli col mare? Ma ti pare una cosa sensata?». Ma che ne puoi sapere tu? E invece sì: io col mare ci parlo, c’ho sempre parlato. Tante volte da ragazzo mi sono seduto sulle panchine del lungomare a guardarlo e a dirgli i fatti miei, le mie preoccupazioni. Mi ha sempre risposto. Perché il mare, ascolta, accoglie e, nelle pause tra l’andare e il ritornare, pensa e, alla fine, risponde. Da domani dovrei affidare le mie confidenze alle Alpi? Ma figurati! Mi sgomentano quelle vette, le discese ripide a precipizio, e gli orridi che tolgono il fiato. E poi sono sicuro che le montagne non danno risposte. Quei paesaggi disseminati di strapiombi non possono assorbire le angosce; me le restituiranno come schiaffi, imponendomi il dovere di guardarmi dentro, di cercarle dentro di me. Sono severe come mio padre quando mi diceva di crescere, di diventare finalmente un uomo. Invece io … tutti noi le risposte le cerchiamo fuori. (Ho gli occhiali appannati).
Intanto il mare.
Invece il mare.
Pago il conto e mi alzo per raggiungere la fermata dell’autobus. Tranquillo: ritorno. Alla fine io ubbidisco sempre. Sono solo un po’ riottoso ma, «alla fine, il ragazzo sa stare a schiena dritta!».
Un olivo si staglia netto in controluce sul tramonto. È tutto un gridìo di colori che mi costringe a stringere gli occhi. Mi guardo attorno stordito da un frastuono assordante che mi dà le vertigini, un vortice di facce cotte dal sole. La testa mi gira come se avessi preso troppo sole. Mi appoggio al tavolino.
«Si riposi ancora un po’- mi sorregge la signorina - Le porto un altro bicchiere d’acqua?».
Puglia di olivi, di mare, di sole e di uva. Puglia di sabbia in un soffoco d’afa e d’arsura. Salento: io.
Boccheggio.
«Si accomodi, La prego. Vuole un altro caffè?» sempre premurosa.
Il mare davanti a me lotta con i frangiflutti.
Gargano rabbioso e fiero - mio padre - dagli scogli orgogliosi e impervi.
La ragazza ha i capelli ricci e neri e gli occhi attenti. Il suo sguardo mi accompagna mentre mi asciugo il sudore dal collo.
Puglia romanica, contadina; i vicoli si inerpicano in un risicato spazio tra lamie e trulli imbiancati a calce. Masserie isolate trionfanti in un tripudio di grano. Maria, pudica e pettegola, spia, nascosta dietro la rezza candida del sottano, i chiacchiericci delle comari.
«Vuole che chiami qualcuno?».
«Grazie, sto bene. È stato solo un capogiro dovuto al caldo. C’è Francesco, mio figlio, più in là che mi aspetta. Devo andare».

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