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Quel naufragio chiamato pandemia

Erano i primi di marzo… i superstiti dovevano fare il punto sull’esistenza

Quel naufragio chiamato pandemia

 Quei chicchi di grano proprio gli si erano piantati nella testa. Come quelli che Robinson Crusoe, l’eroe di Daniel De Foe, aveva ritrovato fortunosamente nei lunghi giorni e operosi di solitudine nell’Isola della disperazione, dove era approdato dopo il naufragio. Erano germogliati con il favore della sorte in un piccolo raccolto. Ogni gesto e scelta dell’eroe letterario risuonavano come un inno all’uomo industrioso e intraprendente, che non si perde d’animo e che moltiplica le sue risorse.

Il personaggio di De Foe era spuntato prepotente dalle pagine consumate di quella edizione finita nelle sue mani, insieme ad altri classici, nella prima biblioteca della sua infanzia. Un «fondo» composito di «acquisizioni», in parte gratuite, in parte rilevate, anzi, «comprate», dal suo amico, bisognoso di qualche obolo che non fosse la lettura: un flipper, un tiro a segno alla giostra della strega che ti medicava le gengive sfraganate all’autoscontro con l’acqua gelata. In un primo momento, la transazione gli era sembrata impropria, ma poi il ritorno di quelle pagine lo avevano ristorato, lanciandolo nel mondo del piacere di leggere e immaginare.

Ed ora il miracolo di quei chicchi rispuntava nei giorni della pandemia per alimentare la sindrome del sopravvissuto. Sì perché, pensava, come Robinson anche lui era approdato, dopo un naufragio, nell’isola della disperazione. Erano i primi di marzo… i superstiti dovevano fare il punto sull’esistenza, ma, prima ancora, dovevano ristabilire il principio della vita. La saggezza dell’economia esorcizzava una sua deprecabile fine.

Che cosa era la pandemia se non un naufragio? Sul mare era spirata una tempesta di potenza inusitata che aveva distrutto grandi navi e fragili barche, ingoiato cose ed esseri e passioni nei flutti. Anche la sua imbarcazione, come quella di Robinson, era andata distrutta, ma lo aveva risparmiato, gettandolo come un relitto, uno straccio, a riva, per restituirgli la dignità della prova: ricomincia, dai… vediamo che cosa saprai fare ora… Doveva rispondere con la prudenza e la virtù.
I semi erano diventati ricordi, altri semi, infine farina. Bisognava fecondarli come una forma primigenia di vita che attende di riprodursi. Come fare? Ecco, l’altro elemento che da sempre lo aveva affascinato e che ora ritornava, nelle sere di quarantena, quando la mente girovagava senza meta, era l’acqua.

Lo riportava alla sua infanzia e ai giochi delle estati lunghe e sonnacchiose al mare, quando si cominciavano i bagni a giugno e si finiva a settembre, poco prima di tornare a scuola. Era nato sulla muraglia, nei mesi in cui la primavera avvolge la tramontana, la placa, la circuisce e la fa impazzire di profumi. La salsedine ce l’aveva nel Dna insieme alle prime prodezze sugli scogli del lungomare, quando aveva solo qualche anno. Corazzato delle «gomme» nere, i primi bracciali di salvataggio dei bambini degli anni Cinquanta, erano quelli i galeoni della fortuna con cui aveva attraversato il mare dei pirati. Ma l’acqua era anche le prime tempeste e il maestrale che d’autunno portava limacciosi i flutti sino ai piedi della muraglia. E prima ancora che ruggisse, lo vedevi avanzare nero sull’orizzonte.

Farina e acqua, la miscela benedetta, gli porgeva in quelle serate il miracolo della vita nella sua forma elementare, la pasta madre, che lo riaffondava alle fonti e al mistero, una fusione della terra e delle acque da cui germogliava il lievito. Armato di caraffe, cucchiai e dosatori come un alchimista, mescolava 100 g di farina 100 g di acqua, e poi li lasciava riposare per 24 ore in un angolo della casa, possibilmente caldo, avvolti in una coperta.

E dopo ventiquattro ore ripeteva il mistero, una parte di lievito madre, una parte di farina e mezza parte di acqua per rinfrescare, come si dice, l’impasto. Lo odorava, lo scrutava come fosse una pozione magica. Più acqua e meno farina, o viceversa, per renderlo più liquido o per rinforzarlo a seconda della destinazione. La accarezzava, la plasmava nell’illusione di domare la vita e di forgiarla secondo i suoi desideri.

Erano giorni in cui la clausura forzata nel guscio sicuro, nella capanna primordiale, contemplava irrimediabile l’ispezione mattutina del frigorifero, come se ci si affacciasse al camino per controllare che il fuoco non fosse spento, covasse sotto le ceneri e fosse necessario riattizzarlo. Il cibo freddo e allineato mandava bagliori di fuoco, quasi fosse la legna pronta a ardere in una notte di tempesta. Sì, la tempesta era fuori, ma la capanna appariva riscaldata da ciò che dava nutrimento, un piacere liminale per il corpo, ma anche un cordone ombelicale con le risorse che danno vita e ci perpetuano nel contingente.

E quella pasta madre sembrava riproporre il gesto di Robinson che, stretto nei suoi pensieri di solitudine, poco alla volta ricrea le condizioni della vita. Il cibo era il vero fuoco che ardeva, il miracolo che si rinnovava, attraverso la fermentazione e gli enzimi che si moltiplicavano. Le vedevi le bollicine dell’impasto di farina e acqua che lievitava attraverso una contaminazione spontanea da parte di microrganismi presenti nelle materie prime, nell'aria, nell'ambiente. Questi microrganismi, in presenza di sostanze nutritive, di acqua, calore, ecc., crescevano, si moltiplicavano, ma non erano virus. Era quello il miracolo della vita cui assisteva muto ogni mattina, mentre dall’esterno filtravano le notizie della vita che finiva.

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