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Qui a Bari vecchia pellegrini dell’anima

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Lentamente con la bisaccia a tracolla e curvo sul bastone, compivo il mio pellegrinaggio per Gerusalemme con il petaso a falde tese e la mantellina, deciso a rispettare ogni regola per essere mondato dal peccato, perciò in ossequio alle norme mi fermai solo un giorno a Bari. Proseguivo il viaggio sulla via francigena e in piazza Mercantile mi accostai alla fontana delle quattro facce per refrigerarmi e, fu lì che incontrai il mio compagno di viaggio.

Mi sembrò si fosse materializzato improvvisamente. Sgorgato dalle acque, appariva vestito di gocce inanellate. Il suo viso perlaceo era raccolto in una rete di rughe protetto da un cappello simile al mio sul quale era scarabocchiata una palma o forse qualche croce. Gli tesi la mano e lui la strinse forte e come si dice: in sincera povertà! A bene guardare sembrava vestito di stracci, anzi un uomo senza bussola che barcolla. Mi disse: «È colpa del vino, quello che qui chiamano ‘U Miere’, capisci?» Ed io feci un passo indietro per inquadrarlo meglio. Lo vidi sbandare, forse per colpa dei postumi della sbornia. Scivolava su via Venezia. Sembrava in preda a un sortilegio. Afferrai le sue mani, cercai i suoi occhi scuri. Mi sembrarono persi in una tempesta di informazioni, annegati nell’inchiostro del calamaro. Gli chiesi di guardarmi. Non ero sicuro se mi vedesse, continuava a fissare l’orizzonte, verso quel mare d’onde blu cobalto che si dissolvevano in ricami di candida schiuma sulla costa barese. Per Daniele la muraglia era l’orlo di un cratere nel quale la storia è congelata nelle sue fondamenta e Bari è il crogiuolo di civiltà in fermento! Un ribollire di popoli cinti dalla notte dei tempi, anzi per dirla con le sue parole: Bari vecchia è un labirinto d’anime antiche che a notte fonda sgusciano e vagano, ombre nelle ombre dei vicoli.

Provai a chiedergli cosa ci facesse da quelle parti, con un cagnolino a seguito, vestito di cenci e lui mi rispose con fermezza d’esser sulle ombre di Cesare Brandi, il pellegrino di Puglia, pronto a cogliere tra le strade assolate i sussurri della poesia che in groppa a brezze naviga leggera. In lui dimorava l’irrequietezza di Salvatore Toma che dall’alto dell’ulivo scrutava il mondo, perché, come pochi, sapeva cogliere la lacrima trasparente e ambrata di quegli alberi secolari che ben si presta ad alimentare lucerne per rischiarare la tenebra. Daniele era un folle? Un visionario! Subii il suo fascino!

Ero perplesso e intimorito. Notai una fiaschetta raccolta nella cappa e lui subito volle che sorseggiassi con lui. Sospirando sollevai gli occhi al cielo pensando ai gradi di quel primitivo corposo; un rosso cupo che dal basalto della città barese sa innalzare a foschie etiliche e condurci nelle mille e una notte dei misteri del centro abitato. Mi posi al suo fianco e ci incamminammo sulla strada che da piazza del Ferrarese incammina al monastero di Santa Scolastica. Volevo sapere da chi avesse acquistato quel vino; se fosse un primitivo di Manduria, oppure il nero di Troia, magari un rosso di Barletta, prezioso distillato: mosto maturo per le arterie dell’orgoglio dei prodi! Gli chiesi se fosse un Negroamaro, sapore dell’aspra campagna che incornicia le Specchie dal Salento alla valle d’Itria con manti dorati. Daniele mi scrutò e allora gli dissi che prima del viaggio mi ero documentato. Avevo letto diari e consultato mappe di stelle e di terra. Lui sorrise e mi sentii un fanciullo ingenuo. Si fermò e volle che mi avvicinassi al parapetto, lo vidi salire sull’argine, saltò agile come un gatto cittadino fa da un terrazzo all’altro, era un acrobata della fantasia. Con voce ferma dichiarò: «I vini del nostro Sud schiudono all’infinito! Vieni accanto a me e mira il mare dal ciglio di questo barcone di pietra. Ai piedi di questa Via delle Mura si sfilacciano le onde!».
Le vertigini mi trattennero dal raggiungerlo, eppur per qualche attimo lo scenario di mare perlaceo sembrò dilatarsi e le acque infrangendosi erano schiuma di sale e, mi scoprii a evocare le scie di saline e desiderai essere dello stormo d’aironi rosa, mi ritrovai a evocare specchi lividi, a immaginare una via dove non ve ne sono come se fossi un novello Annibale, colui che fece tremare Roma in Canne della Battaglia e disse: «Dove non ci sono varchi ne schiuderemo!».

Mi venne in mente Michele Gervasio che con una tesi sulle guerre puniche si era laureato e quando ebbi l’impressione di intravvederlo in una sagoma, il fu direttore del museo archeologico di Bari, strizzai le palpebre per metterlo a fuoco e egli si dissolse, mi scoprii affacciato davanti alla volta notturna, contrappunta di lampade pronte a segnare l’enigma degli oroscopi di noi erranti nei deserti interiori. Mi feci il segno della croce e chiesi se fossi desto o parte di un sogno. Daniele sembrava il «guarda stelle incantato»; era il mozzo in cima all’albero maestro di un galeone, forse era il saggio a cui i marinai chiedevano previsioni sul tempo che sarà e lui ascoltando i venti, lo stridio di gabbiani, tra cavalloni bianchi e vapori indicava la rotta per chi getta le reti. Daniele come un equilibrista vinceva le brezze marine e mi diceva: «Bari vecchia è il bastimento tra cielo e mare, sempre pronta ad accogliere nella tempesta, sempre aperta ad oriente è il porto che abbraccia il mediterraneo. Bari, luogo di incontro e dialogo; terra della pace, perciò il vescovo di Mira, Nikolaos la pensò come urna per le sue spoglie. Bari avvolta nei vapori è un veliero che aleggiava tra le vene e le arterie dei fasci solari, quei raggi al solstizio d’estate sanno esaltare la cattedrale della Madonna dell’Assunta in Cielo attraversando un rosone di petali luminosi e posando davanti all’altare dedicato a San Sabino un fiore di luce!».

Cercai di volgermi verso un panorama di terrazzi dove i panni stesi, gonfi di refoli fanno bella mostra dei bianchi, colori dei corredi pregiati e le pareti in calce come Ostuni tra i vanti del cappero. Finalmente il mio compagno di viaggio fece un balzo e mi fu accanto, mi chiese di sciogliere i nodi al suo fagotto posto in un angolo del lastricato, fu allora che mi accorsi: i suoi bagagli erano di poco e niente, cioè dell’essenziale. Disse: «Accanto al vino ci vuole il pane. Prendilo e spezzalo, condivideremo il poco del viandante. Mangiare assieme è assaporare il dono della grazia! Questo è il pane d’Altamura, frutto della fatica di uomini che come formiche sanno operare tra i campi ondeggianti con le falci della luna e trasformare l’attesa e la fatica in pane».

Appena nominò la Luna mi sembrò di scorgerla con le sue auree, posata sul tetto di una casetta in campagna a spiare Vittorio Bodini, curvo su lavori di traduzione, al fresco del patio da dove si mira il silenzio del firmamento e al coro dei grilli i ragni tessono le trappole. Avevamo ripreso a camminare, quando Daniele urlò con tutto se stesso il nome di Maria Corti, perché tra i fari di Punta Palascia e quelli che dal tacco allo sperone divengono punti fermi per i naviganti, lo venisse a prendere perché questa regione senza pioggia ha bisogno di sensibilità e istruzione per valorizzarne i versi ed i profumi della terre delle sette querce e profumi del timo e dell’origano delicati e intensi. Urlò ancora che anche Federico II degli Hohestaufen era orgoglioso d’essere Puer Apuliae forse sedotto anche lui dai suoi colori e le sue ombre dove la taranta invasa gli spiriti e libera da ogni costrizione e consuetudine. Era quasi l’alba e tintinnando per una scalinata ci trovammo in ruga francigena o forse dovrei dire: Strada Palazzo di città, meglio conosciuta come la via dei mercanti o de la Chemmune.

L’odore del pane e della focaccia era nell’aria. Giungemmo davanti a Palazzo Zizzi, mi chiese di attendere. Bussò e sparì dietro il cigolare sui cardini di un portone.

La campana della prima messa sollevo i piccioni e vidi donne e uomini affrettarsi verso la basilica di San Nicola.

Qualcuno col monopattino, qualche altro in bicicletta, la città si era spogliata della notte ed io attendevo Daniele per riprendere il cammino. L’alba era oramai passata. Alzai gli occhi sulla facciata del palazzo e lessi inciso sull’architrave: «Dopo le tenebre spero nella luce». Bussai, ma nessuno apriva.

Un uomo mi accostò e chiese chi cercassi. Risposi. Lui mi squadrò da testa ai piedi e si allontanò di tutta fretta chiedendomi se ero un folle o avessi bevuto.

Già, bevuto «U mìere», il vino non battezzato, il vino genuino. Mi chiesi allora chi fosse Daniele, mio compagno e guida per le vie di Bari vecchia quella notte? Forse l’essenza della città. Chissà! Un ragazzo passandomi accanto, esclamò beffardo: «L’anima di…» ed io mi guardai attorno.

Questa città è magica e la Puglia non è solo una cartolina per turisti, ma un percorso per l’Anima.

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