Giovedì 13 Agosto 2020 | 02:34

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Non ci ha messo molto la pandemia a trasformarsi in prigionia. Il crudele binomio non ci ha messo nemmeno molto a restituire a Bari vecchia la sua aura perduta, di paese nella città. Nei mesi di marzo e aprile del 2019 Bari vecchia era così affollata di turisti, stranieri soprattutto, da sembrare un sestiere veneziano. Tutti i sottani trasformati in b&b erano occupati e alle otto del mattino potevi incrociare famiglie con figli in coda fuori dal panificio Santa Rita di Pinuccio e Massimo, come sul sagrato di un santuario, ad attendere le prime sfornate di maritozzi e focacce, l’ostia della prima comunione con lo stile di vita barese, altro che colazione in camera con cornetti di plastica. All’ora degli aperitivi, nelle piazze dell’Orologio e della Meridiana, i tavolini dei bar venivano presi d’assalto da comitive di anziani o giovani, in cerca di un posto in prima fila sul Canal Grande dello struscio, dove abbandonarsi all’aria dolce e sbracciata della primavera barese conversando o leggendo un libro.

Il quadro di una città accogliente e distratta come una normale e acclamata città d’arte non era una più solo una percezione diffusa, era diventata una realtà. Sembrava qualcosa di inatteso, invece era il punto di arrivo di un lungo cambiamento che Bari e i barivecchiani avevano vissuto insieme in oltre due decenni. E così quel silenzio che nel passato era stato un’esclusiva dei residenti storici di Bari vecchia, interrotto soltanto dalle voci di donne nelle corti, dal rumore dei passi stanchi degli anziani, dai feroci scambi di sfottò nei circoli della birra seminterrati e dal chiasso voluttuoso dei bambini per strada, si era confuso con il vocio dei vip, dei nuovi residenti insediati ai confini della movida dopo il Piano Urban, e si era intrecciato con le voci del mondo, tra la rampa della Muraglia e vico Corsioli. Anche i monumenti, nel passato un po’ muri di difesa un po’ stanze dorate della segregazione, e pur sempre le pietre che segnavano l’anima del quartiere, venivano restituiti a una nuova socialità, aperta, festosa, in nome delle orecchiette e del dialetto trendy. Scomparsi i mercati della frutta e del pesce, la «comunità illusoria» aveva saputo porsi al servizio del rilancio della città, aveva abbracciato i nuovi lavori del borgo gentrificato e con il suo paesaggio umano in dissolvenza aveva conquistato una nuova centralità nell’immaginario barese e dei turisti, era entrata a spinta nei racconti e nelle storie di chi non vi è nato o non vi è vissuto o non ha il dialetto come prima lingua, o ci abita con un piede dentro e uno fuori, come a volerlo solo sfiorare e conoscere quel tanto che basta per parlarne con colore. Bari vecchia appartiene a tutti, ma non tutti appartengono a Bari vecchia.

Quando due mesi fa, l’otto marzo, il governo con un decreto ha dichiarato l’Italia intera zona protetta, confidando nell’insostenibile #iorestoacasa come unica via per la salvezza dal coronavirus, Bari vecchia ha riconosciuto il suono familiare delle sirene e si è ripiegata su di sé. Il silenzio ha riavvolto il nastro e si è ripreso il quartiere. Un silenzio enorme, schiacciante, senza disturbi di fondo. Come se l’alba si fosse estesa a tutto il resto della giornata. Ma non era un silenzio pacifico: era lo stesso silenzio cupo che inseguiva mia madre negli anni della guerra, quando abbandonava in fretta la casa in corte Lasciafareadio per correre a nascondersi nel rifugio antiaereo del Castello Svevo. Le immagini dei bagni di folla delle grandi manifestazioni sul lungomare, dai contadini della Coldiretti ai ministri del G7, dai collezionisti di auto d’epoca al Papa che guarda a Levante, sono scivolate di colpo nelle retrovie della memoria, come un ricordo sfocato, una parentesi. Chiusa dalle lacrime del Sindaco a passeggio in una delle prime sere di lockdown. La città ideale, consumata una breve stagione di rinascita, è diventata un deserto: un museo che si guarda allo specchio. Vietati gli assembramenti sia all’aperto che nei locali chiusi. I rider, essenziali come i beni che trasportavano in spalla sulle bici, hanno preso il posto dei runner. Poche le insegne accese: in Piazza Ferrarese quelle della pizzeria Il Veliero e del tabaccaio, in strada Palazzo di Città quella della farmacia. Il Fortino, avvolto in un luminoso tricolore appariva come il mento di un busto del Bernini rivolto verso il Faro: nella solitudine delle sere più fredde, sembrava segnare la fine delle terre note. Per strada, le aree di parcheggio vuote. In circolazione, solo le auto delle forze dell’ordine e gli autobus vuoti. La prospettiva del lungomare, bello com’è, intangibile come Piazza del Campo a Siena (non sfiguratelo, lasciatelo in pace), si offriva libera da ogni ingombro, durante le passeggiate all’alba e alla sera con il cane, il mio salvacondotto. Nel buio, i lampioni disegnavano una diagonale di luce tra la strada (tutta per me e lui, ma che farsene?) e il mare invisibile. Guardando le barche ancorate ai piloni arrugginiti, giù al molo di Sant’Andrea, non potevi fare a meno di pensare alle vite degli anziani, appese anch’esse a un filo. Al mattino, li vedevi sbucare impauriti dai vicoli, su via Carmine, come ramarri in cerca di un po’ di luce, con le mascherine sul volto, e avvicinarsi con cautela ai banchi del fruttivendolo (Nicola), entrare nella macelleria (di Michele), nella drogheria (di Gino), in quei ritrovi della chiacchiera a distanza che sono le botteghe sotto casa, ultimi avamposti del conforto pubblico. Dove non era possibile toccare qualcuno, ma ancora era possibile toccare qualcosa (escluso le paste di Mauro, non considerate – ahimè - beni di prima necessità).

Primavera è quando all’alba, alzando la testa, ti accorgi all’improvviso che sono arrivate le rondini. Ho sempre amato svegliarmi presto, anche da ragazzo. Stando affacciato dal balcone, di fronte al campanile della Cattedrale, in primavera non mi perdevo le danze delle rondini intorno alla Trulla. Lasciavo che fossero loro a dettare i tempi dello studio, quando aprire i libri e i giornali la mattina e quando chiuderli la sera. Il quattro maggio è arrivato come una ventata di fresco in un giorno di afa. Mentre il sole si stropicciava gli occhi sul mare, le rondini garrivano intorno alla Basilica: ho alzato la testa, c’erano. #Andràtuttobene o forse no, ma nel giorno uno della fase due il passato e il presente del quartiere si sono ricongiunti, come un affetto stabile. La bellezza è un sogno che non ha bisogno di faq.

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