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Bari, il portiere Frattali rinnova fino al 2023

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Le vacanze più belle sono a Monte balcone

Date le difficoltà attuali impariamo a condividere le ferie dei tempi andati

Immagini delle vacanze di un tempo

Diceva Apollinaire che «le malattie sono le vacanze dei poveri»: nella sconsolata sentenza pronunciata nei primi anni del 900 dall’irrequieto scrittore e poeta francese, c’era tutto il senso di una spensieratezza estiva che per molte generazioni è sempre rimasta un sogno.

Solo i «benvenuti» malanni riuscivano a creare una sosta forzata nelle lunghe giornate segnate dalla fatica quotidiana, una piccola oasi per rinfrancarsi in una vita sempre uguale e avara di gioia, quasi mai «di allegrezza piena» avrebbe detto Giacomo Leopardi.

C’è stato un tempo in cui la parola vacanza non era scritta nello scarno vocabolario della povera gente. La conquista del «posto al sole» in estate è stato uno dei tratti più visibili di quella progressiva diffusione del benessere e dei consumi che ha caratterizzato l’Italia industriale e del boom economico, con le famiglie borghesi che affittavano un appartamento o una villetta al mare e i più ricchi che prenotavano le vacanze al fresco d’estate e sulla neve d’inverno o partivano in crociera.

Può apparire incredibile ma per moltissimi decenni tante famiglie italiane hanno visto le vacanze passare davanti ai balconi delle loro case, avendo di fronte le abitazioni degli invidiati vicini che erano partiti abbassando le tapparelle. Interminabili giorni in cui il mare e la sua brezza leggera erano solo un ricordo, con il vento chi bruciava, passando tra le vie ed entrando nelle case.

In questi giorni sta serpeggiando un pericoloso clima da «tana liberi tutti», il grido liberatorio dei disperati dall’esilio domestico al quale ci sta costringendo il famigerato «lockdown». Insomma non vediamo l’ora di rompere questo isolamento da «detenuti» per sparpagliarci, liberi e giocondi, e dare l’assalto alle stesse spiagge e agli stessi mari delle nostre sospirate vacanze. Già circolano sul web immaginifici lidi al tempo del coronavirus con sdraio, lettini e ombrelloni a prova di distanziamento sociale e box in plexiglass dove rischiare l’asfissia balneare.

La verità è che ancora non si sa ancora se potremo andare al mare. Ma anche se potremo farlo, sicuramente le vacanze estive degli anni passati saranno un bel ricordo. I grandi assembramenti in spazi ristretti, chiusi o all'aperto, non saranno consentiti e dovremo rassegnarci a dimenticare la calca sulle spiagge, le discoteche e i concerti.

Insomma faremmo bene, nel tempo delle ferie, a riscoprire i luoghi e le virtù del buon tempo antico. Da sempre ci sono vacanze invisibili agli occhi dei più, ma misteriosamente vive per di chi le trascorre in sobrietà e quasi nel nascondimento. Sono le vacanze di chi non va in vacanza, di quanti cerano sollievo e refrigerio nei piccoli spazi che la vita ha portato loro in dono.

Quando il boom economico e le autostrade spalancarono ai più abbienti le vie della vacanza in montagna, i poveri, privi di mezzi, ma fervidi in fantasia, coniarono subito un’espressione che suonava come ironica consolazione per chi restava in paese anche durante le ferie.

«Dove sono andato in vacanza?... A monte balcone» rispondevano sorridendo a chi chiedeva loro dove avessero trascorso i giorni della villeggiatura. L’«amena località» era in realtà il piccolo e angusto balcone di casa, a volte con una improbabile vista sul mare ma assai più spesso affacciato sulla strada o sul vicolo di paese abitati in tutti i santi giorni dell’anno.
Ed era da quel posto di vedetta che la fantasia degli ultimi, del popolo dei «senzaferie» partiva forse per sognare lidi, spiagge e montagne lontane, le cui immagini arrivavano in casa sull’onda delle prime trasmissioni televisive, ma forse ancor più restare in compagnia dei propri pensieri, del ricordo di un vecchio amore, di una promessa di estate felice mai mantenuta da una vita difficile.

«Nelle ombre di un sogno/o forse di una fotografia lontani dal mare/con solo un geranio e un balcone» come avrebbe cantato Paolo Conte.

Un piccolo refrigerio in quei torridi giorni d’estate era costituito dal «grattamarianna» come si chiama dalle nostre parti la grattachecca , ricordando i tempi dell’influenza francese e del regno di Murat, perché la Marianna è la Francia per antonomasia. A Roma era venduta nei chioschi frequentati da intellettuali come Pasolini e Moravia, che ne parla anche nei suoi Racconti romani, e si otteneva grattando con un apposito strumento un grosso blocco di ghiaccio, la «checca» e poi versandoci sopra sciroppi o succhi, tra cui l’orzata e il tamarindo, veri e propri must, e anche pezzi di frutta. Il chiosco forse più famoso di Roma era quello della Sora Maria al Trionfale, ma anche quello dell’Ara Pacis, vantava frequentazioni illustri.

Poi c’era i carretti del gelato, preferibilmente al limone, che arrivavano all’improvviso con un lungo scampanellio. Il muso a triangolo smussato, tanto da sembrava una barca incompiuta, una chiglia senza poppa. Sui fianchi la scritta in corsivo «Gelati», lucido, con delle strisce oblique di un colore blu mare. Perché doveva ricordare il mare e l’estate. Un banco in lamiera zincata con due grossi coperchi, a forma di coni d’acciaio lucidi, sotto ai quali si celava la sua specialità. Al di sopra una tenda da sole a strisce bianche e blu per evitare la calura estiva. L’uomo indossava un camice bianco e un cappello azzurro, prendeva due sassi e li metteva sotto le ruote per bloccare il carretto. Quindi apriva uno sportello ed estraeva due contenitori, uno con le cialde piatte e le coppette di cialda, l’altro con le monete spicciole per il resto.

E alla sera, nelle estati del Sud, andavano in scena quegli spettacoli a cielo aperto che erano le piccole grandi adunanze sull’uscio delle case a piano terra, dove giovani e vecchi si riunivano per raccontare e ascoltare. Erano il luogo della «tradizione orale», del passaggio di un testimone, fatto di parole, che una generazione consegnava all’altra con la leggerezza dei racconti, un po’ in dialetto, quando parlava il cuore e un po’ nell’italiano delle prime scuole.

Era come se la memoria convocasse ogni sera quell’adunanza, per depositarsi e continuare a vivere. In quel «convivi» semplici e veri, approdava la cronaca del giorno, la saggezza contadina dei padri, la nostalgia per un parente lontano, o la “novità” arrivata dal paese vicino. Una specie di romanzo popolare che si arricchiva, di sera in sera, di nuovi fatti e immagini scritte con le voci, una trama continuamente tessuta, un raccontare e un «sentire» comune, come una grande scuola all’aperto dove imparare a stare insieme.

Era quella capacità di «affabulare» che i più vecchi possedevano naturalmente, perché la parola era fonte di ogni racconto e mezzo per il suo moltiplicarsi, in un tempo appena radiofonico e non ancora televisivo. Era la vita che raccontava la vita.
In un continuo oscillare tra effimero ed eterno, molti fatti svanivano con la «buonanotte» che scioglieva la compagnia, ma altri restavano, magari nascosti nei cassetti della memoria, che una canzone avrebbe un giorno riaperto regalando ricordi ed emozioni.

Quelle adunanze, i suoi «aedi» illetterati, eppure ascoltati a volte come oracoli, sono il senso di una memoria, di una parola che salva, che protegge nel diluvio. Nel bombardamento dei «bit» della comunicazione al tempo del villaggio globale, c’è una uscita di sicurezza, un porto nascosto. Voci antiche che resistono e ancora parlano nel frastuono del mondo. Torniamo ad ascoltarle in questo periodo, per mitigare la nostalgia e guarire dalla febbre da «smania della vacanza».

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