Venerdì 05 Giugno 2020 | 09:03

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Infanzia, mare e sogni così ho scoperto il colore

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Infanzia, mare e sogni così ho scoperto il colore

Venezia come premio per la maturità. Era l’agosto del 1949, stavo per compiere i miei diciott’anni. Scesi a Santa Lucia dopo aver preso un treno da Mestre. Mi scaricò un pullman di linea dopo un tortuoso percorso da Selva di Cadore, dove avevo trascorso un paio di settimane di vacanze con un gruppo studentesco. Mi era stata prenotata una stanzetta con letto in un una casa privata, non esistevano i bread and breakfast – non ricordo da chi, mio padre o qualche suo amico. Non ricordo nemmeno che bagaglio avessi, forse uno zaino grigio comprato all’Upim di Bari.
La casa era dalle parti di campo San Polo, mi ero studiato il percorso a piedi sulla cartina annessa alla guida del Touring, quei libretti corposi con copertina intelata in rosso mattone. Sulla scalinata fuori della stazione respirai per la prima volta la luce di Venezia, riconobbi il Canal Grande con i vaporetti, di fronte brillava al sole la cupola verde-oro di San Simeone Piccolo. A quella sponda dovevo andare, traversai il ponte degli Scalzi a passo svelto, m’inoltrai fra i vicoli. D’un tratto mi si parò di lato la mole rossa della Basilica dei Frari. La riconobbi perché l’avevo studiata a scuola, ero bravo in storia dell’arte, avevo preso 8 all’esame.

Compilavo a penna con inchiostro nero dei quadernetti con sintesi dei testi, disegnini di opere o monumenti per i miei compagni di classe, una specie di bignamino fatto a mano. Ricordai che lì dentro doveva esserci un quadro importante, l’Assunta di Tiziano. Stranamente era aperta una porticina sul fianco della chiesa – erano le prime ore del pomeriggio. Mi affacciai, la chiesa era al buio. Ma un po’ più giù in fondo all’abside splendeva una nicchia di luce piena. E vidi innalzarsi quasi per miracolo oltre le nuvole il corpo maestoso della Madonna acceso di rosso squillante fra svolazzi di manto azzurro. Un lampo si conficcò nello stomaco. Avevo scoperto il Colore. Uscii di corsa come se avessi carpito un segreto, trafugato un tesoro nascosto. A ripensarci ora, dovette essere merito o colpa di un faro o spot con luce sparata sulla tela, probabilmente stavano effettuando una ripresa fotografica o filmica approfittando della pausa di chiusura della basilica. Fatto sta che la luce artificiale mi rivelò della Pittura quel che non potevano dirmi le grigie immaginette del Salmi, il manuale di storia dell’arte per i licei in stampa povera da dopoguerra.

Eppure ero cresciuto fra tele e crete di mio padre e dei suoi amici pittori e pupari. In casa si spandeva un acre sentore di trementina che faceva strepitare mia madre. Almeno sin quando cambiammo abitazione e papà ebbe il suo studio separato con ingresso indipendente, poteva ricevere amici e anche volenterose giovani allieve private. Anche il mio padrino di battesimo era un pittore di fiori e paesaggi, Francesco Paolo Prisciandaro, venne da Napoli per il rito quando avevo già tre anni. E l’amico intimo di papà era un pittore di origini siciliane che aveva casa e studio maestosi in piazza Madonnella, dipingeva fiori opulenti. In una enorme libreria chiusa dietro ante a vetri scorsi un libro che m’incuriosì, sulla copertina grigia spiccava la scritta caratteri cubitali ZANG ZANG TUMBTUMB, di un certo Marinetti. Ce lo aveva messo Angelina, la figlia del pittore, mi spiegò la signora Lopresti, perplessa: «Chissà che ci vede mia figlia». Più tardi - dopo l’8 settembre del 1943, calavano a Bari le truppe degli alleati, avevo 12 anni - mio padre cominciò a portarmi ad incontri con altri pittori. Ascoltavo distrattamente i loro pettegolezzi, le piccole invidie. Mi eccitava piuttosto l’atmosfera del Sottano, un bar su via Putignani dove artisti, intellettuali, giornalisti, sfaccendati, fuggitivi da Roma e sbandati, si davano ritrovo in un vasto camerone a cui si accedeva scendendo alcuni gradini, fra nuvole di fumo e gran vociare e quadri sovrapposti e appesi storti alle pareti. Ad altri chiacchiericci assistevo dentro uno stanzone a pianoterra su corso Vittorio Emanuele accanto a palazzo Fizzarotti dove alcuni pittori mettevano in vetrina a turno i loro quadri – paesaggi, fiori - per attirare i militari, gli americani e gli inglesi piuttosto che i sikh col turbante.

Mio padre espose, all’insaputa di mia madre, un grande tondo con una bella Madonna con Bambino in cornice che troneggiava da sempre sul letto matrimoniale. Forse era l’oleografia ottocentesca di un dipinto del Cinquecento, m’intimidiva. Con un cartellino giallastro scritto a penna l’attribuì ad una «Raphael’s School». Dovette vendere presto il capolavoro, perché non lo rividi più. Molti anni dovettero passare dal Tiziano dei Frari, dopo che le sliding doors della vita mi avevano portato ad occuparmi di arte a tempo (quasi) pieno. Ai primi di marzo del 1958 andai in treno a Roma, con cambio a Caserta, per l’inaugurazione della mostra di Jackson Pollock nella Galleria Nazionale di Arte Moderna a Valle Giulia. Era la più grande retrospettiva italiana dell’artista americano morto tragicamente due anni prima – si era schiantato con la sua auto, era ubriaco. Mi aveva invitato la direttrice della Galleria, la mitica Palma Bucarelli dagli occhi glauchi, come fresco segretario della mostra nazionale di pittura del «Maggio di Bari». Per l’evento avevo comprato una giacca dal negozio Somma in via Sparano, un bel grigio pettinato, mi andava un po’ larga. Provai per la prima volta i piaceri delle quattro stelle, un rinomato albergo su via del Corso con portiere in livrea, mi aveva portato il presidente dell’Ept di Bari, l’avvocato Francesco Saverio Lonero. Quando si spalancarono le sale della Galleria neoclassica ebbi una sensazione di smarrimento inoltrandomi fra grandi tele.
Molte non stavano a muro, erano dislocate asimmetricamente negli spazi, quasi paratie mobili di un percorso erratico.

Vedevo per la prima volta dal vivo opere di Pollock. Mi ritrovai immerso in una sorta di vibrazione continua, quasi allucinatoria. Le colate nevrotiche aspre e dolci dei colori creavano come un ginepraio fitto di smarrimenti e di richiami; s’ingorgavano e schiumavano come un mare ribollente. Quel groviglio di segni che avevano attraversato l’Atlantico mi procurò un’emozione diversa di quante aveva potuto darmi sin allora la Pittura che avevo frequentato. E ben più forte.Tanti altri incontri ho fatto e tante altre storie ho vissuto. Ma ora che le figlie mi costringono alla reclusione nel mio studio, un altro incidente della memoria mi ha toccato, mentre la luce di primavera avanza fra gli alberi del mio parco e le gru all’orizzonte. Un giorno di qualche estate non lontana mi sono levato troppo presto, mentre tutti dormivano, da un sonno inquieto nella mia casetta estiva con terrazzino alto alla veduta di una torre diroccata sul mare del Capitolo a Monopoli. Erano le prime luci dell’alba.
Proprio come in una estate di ottant’anni fa, dovevo avere sette o otto anni. Stavamo in vacanza in una casa di pescatori a Torre a Mare con una vasta balconata bassa di fronte alla riva ciottolosa del porticciolo con le barche a secco. Mi svegliai di soprassalto, uscii quasi smarrito sul balcone. E vidi mio padre in calzoncini e canottiera, seduto su uno sgabello di fronte al suo cavalletto, mentre provava a ricreare con cauti tocchi di pennello il mistero della luce biancastra che avanzava dall’orizzonte del mare verso di noi. Quel quadro non ce l’ho più. Ma è quello stupore che ora riprovo, e non ne chiedo più il perché.

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